martedì 17 gennaio 2017

'DIALOGHI' A ROMA


Comunicato stampa
Mostra di arte contemporanea 
“Dialoghi”

Verrà inaugurata sabato 21 gennaio alle ore 18 la mostra di arte contemporanea dal titolo “Dialoghi” presso Arte Borgo Gallery - Borgo Vittorio 25/Roma. L’evento è ideato e organizzato dall’Associazione M.F.eventi e curato da Monica Ferrarini.
L’evento propone tre mini personali di tre artisti molto diversi tra loro per tecnica, stile e ricerca: Barbara Conte, Heliana Fortes e Roberto Servi.
Barbara Conte è una giovane artista che si sta affermando nel panorama artistico internazionale avendo preso parte tra le varie manifestazioni anche al Salone d’Autunno di Parigi. È esperta in incisione ed acquaforte, una tecnica antica che porta avanti con grande passione e professionalità. 
In occasione di “Dialoghi” esporrà anche un’installazione di grande impatto.
Heliana Fortes è una giovane pittrice spagnola per la prima volta in Italia con i suoi quadri che esplodono nella vivacità delle cromie utilizzate. Tonalità e forme irrompono sulla tela in un equilibrio estetico di grande impatto comunicativo.
Roberto Servi è uno scultore che predilige materiali caldi come la terracotta e il legno d’ulivo e soggetti classici. Sono sculture narrative che raccontano una storia e che nella loro complessità sottolineano l’abilità tecnica e la maestria dello scultore.
Info:
21/28 gennaio
inaugurazione sabato 21 gennaio ore 18 con Arte 24
orari: lunedì - venerdì 11-19
domenica chiuso
Arte Borgo Gallery

Borgo Vittorio 25-Roma

DEUX ITALIENS A PARIS




Iniziamo il 2017 come ART CLUB STUDIO di Macerata con un evento di sicuro interesse per coloro che amano l'arte, "Deux Italiens a Paris" opere grafiche di Giorgio de Chirico e Mario Tozzi.
Per la storia, questi due straordinari artisti italiani del '900, assieme a Massimo Campigli, Gino Severini, Alberto Savinio, Filippo de Pisis e Renè Paresce, costituirono un sodalizio per l'affermazione dell'arte italiana nel mondo. Artisti differenti, legati ciascuno a linguaggi  diversi dal Futurismo al Surrealismo, ma tutti uniti da un forte "patriottismo italiano", sostenitori ed ambasciatori dell'arte "tradizionale" con legami  ancorati al nostro passato, con l'obiettivo unanime di resistere alle rivoluzioni stilistiche e di pensiero delle Avanguardie Storiche.
Rispettivamente i due autori saranno presenti ciascuno con 7 opere, un omaggio al numero dei 7 "alfieri" e paladini dell'Arte Italiana  nella capitale della cultura d'Oltralpe.
L'appuntamento è per DOMENICA 22 GENNAIO 2017 alle ore 18.30 presso lo spazio espositivo del NINO CAFE' a Macerata, oramai luogo deputato ad ospitare mostre ed eventi dell'arte Moderna e Contemporanea.
Un incontro sicuramente da non mancare per confrontarsi ancora una volta sul meraviglioso mondo dell'arte e per brindare all'anno appena iniziato con un aperitivo di benvenuto.
Vi aspetto, Daniele Taddei, Segretario ART CLUB STUDIO di Macerata.

lunedì 16 gennaio 2017

ROSSO GARDENIA


La brava e dinamica Antonella Calvani ha presentato in questi ultimi giorni il suo primo romanzo. Un'opera attesa da quanti, da tempo, la seguono e la stimano, leggendone gli scritti: tra questi, poesie intense e incisive, caratterizzate dal coinvolgente ritmo e dalla intensità quotidiana dei temi trattati.
Dopo tanto poetare, il primo romanzo - dunque - presentato della particolare e suggestiva atmosfera della Città di Tarquinia.
'Rosso Gardenia' il suo romanzo.
Un tracciato fluido, dinamico, intenso, percorso dalle intense vibrazioni delle emozioni che pervadono la storia nel suo complesso: con i suoi personaggi, con i suoi ambienti, con la proiezioni dei pensieri dei protagonisti.
Una storia che, fino all'ultima sillaba, rimane sospesa nell'aria con la leggerezza di una piuma, suscitando il desiderio di leggere altro ancora.
E questo è un ottimo segnale: sta ad indicare il gradimento immediato suscitato nei Lettori da questa abile narratrice.
Tra breve, Antonella Calvani accompagnerà personalmente a Roma la presentazione del suo bel libro, intrattenendosi con passione nel descriverne le linee.
Brava, Antonella!  Arrivederci a Roma...
Contiamo di farci rilasciare presto una intervista da Antonella Calvani, così da poter consentire anche ai nostri Lettori di conoscere ancor meglio questa brava, appassionata, preparata Scrittrice.


Roma, 13 Gennaio 2017                Giuseppe Bellantonio 


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sabato 14 gennaio 2017

L'ACCADEMIA AUGE INCONTRA L'AISA

Federico II: ricerca e formazione 
di pari passo

L’Accademia AUGE incontra l’AISA

“Da qualche parte, qualcosa di incredibile è in attesa di essere scoperto” : con 
queste parole uno dei più famosi astronomi e astrofisici del Novecento, Carl Sagan, delinea il progresso scientifico che divamperà da lì a poco. Il progresso presuppone la ricerca e noi tutti a quest’ultima ci aggrappiamo con speranza.   La ricerca non può e non deve fallire, è un imperativo. 
Questa volta un input vorace proviene dal Convegno medico scientifico di aggiornamento sul tema delle atassie, organizzato dall’Associazione Italiana per la lotta alle Sindromi Atassiche (AISA) con il patrocinio morale del Policlinico Federico II. L’A.I.S.A. ’Associazione Italiana per la lotta alle Sindromi Atassiche è nata nel 1982 in Lombardia  è formata unicamente da volontari ed opera nel campo del Volontariato Sociale e Sanitario per incoraggiare e promuovere la ricerca scientifica genetico molecolare, biochimica ed immunologica sulle Atassie. 
La sindrome atassica  (dal greco ataxiā, disordine) è un disturbo consistente nella progressiva perdita della coordinazione muscolare che quindi rende difficoltosa l'esecuzione di alcuni movimenti volontari. Il centro della coordinazione dei movimenti muscolari è il cervelletto che elabora gli impulsi portati ai muscoli dal midollo spinale e dai nervi periferici
Le conseguenze si manifestano con la mancanza di coordinazione fra tronco e braccia, tronco e capo ai quali si affiancano sono disturbi cd.  associati, quali incoordinazione dei movimenti dell'occhio, incontinenza, difficoltà di deglutizione e movimenti involontari di arti, capo e tronco. 
Il dott. Alfredo Mariani, conduttore e moderatore grandi eventi “for-aisa” in Campania , introduce con Giuseppe Ruggiero, Presidente Onorario Aisa il quale auspica di rinvenire in questo convegno “notizie positive “ per gli ammalati che proprio nel giorno dell’Epifania potrebbero godere di una piccola gioia e di una speranza concreta per il loro avvenire. 
Sarà poi Alessandro Filla, Professore di Neurologia presso la Federico II, ad entrare nel vivo dell’argomento trattato con espresso riferimento alla atassia di Friedreich: ”...colpisce bambini e adolescenti, consiste nel disturbo della parola, disturbo coordinazione mani e disturbo di deambulazione...”. Con il suo  intervento,,il prof. Filla, approfondisce le cause della sindrome atassica: "La carenza di una proteina, la fratassina che si sviluppa all’interno del mitocondrio, fa sì che la cellula produca poche energie degenerando in una serie di disturbi“. Circa gli approcci terapeutici, asserisce che: "attualmente si distinguono due alternative: una consiste nel rimedio ai danni metabolici creati dall’assenza di questa proteina e l’altra terapia che tende a sostituire il gene malato con il gene sano. Il primo gruppo di terapie e riuscito in sperimentazioni cliniche e precliniche migliorando la respirazione dei mitocondri e aumentando la presenza di questa proteina,il secondo è ancora in fase di sperimentazione”. 
Conclude l’intervento ribadendo l’importanza della riabilitazione. Sulla scia del prof. Alessandro Filla, il dottore fisiatra Alessandro Roca: “nei pazienti atassici la riabilitazione svolge un ruolo fondamentale. Presso la Federico II stiamo sperimentando una terapia basata su vibrazioni focali somministrate a specifici gruppi muscolari, sperimentazione che avanza con discreto successo.” Sostiene inoltre : “ migliora la qualità della vita con il vantaggio che essendo una terapia di riabilitazione, è priva di effetti collaterali”.  
Il Prof. Francesco Sacca, ricercatore di neurologia, ci anticipa le novità che saranno illustrate nel convegno:” Nuovi farmaci sono in sperimentazione. Un farmaco promettente è il dimetilfumarato. Quest’ultimo  è in grado di dare delle garanzie poiché già utilizzato nella cura della psoriasi e, negli ultimi anni per la sclerosi multipla. Il farmaco agisce combattendo la riduzione della fratassina, quindi aumentando la quantità della proteina all’interno del mitocondrio.” Non solo, il prof. Sacca ,infonde una voce di speranza affermando che nella ricerca “non si è soli!”, è stata individuata una casa farmaceutica giovane e interessata alla ricerca per combattere l’atassia, profondendo nuove energie e soprattutto, supporto economico. 
Presente al convegno, insieme ai soci dell’ Assemblea AISA, è il prof. Giuseppe Catapano, Rettore AUGE - Accademia Universitaria Studi Giuridici Europei: “Oggi con AUGE alla Federico II, insieme al prof. Filla, sposiamo il percorso della formazione e delle ricerca per stimolare la popolazione verso la cultura di formazione e ricerca e far si che i promettenti ricercatori non scappino dell’Italia ma che rimangano al servizio di queste patologie.” Il prof. Catapano parla del progetto dona un sorriso, ”donare un sorriso anche per noi uomini di Cultura significa portare la gioia di vivere alle persone, ai bambini che a causa di una malattia l’hanno persa”, dobbiamo sentirci tutti coinvolti nella causa, nel contempo il prof. Catapano esorta a non ritrarci, a non chiudere gli occhi innanzi al baratro cui migliaia di persone potrebbero essere destinate: “bisogna investire nella formazione e nella ricerca: formazione costante proprio come fa l’AUGE(www.accademiauge.com) e aggiornamento costante nella ricerca come fa l’ AISA (www.atassia.it) “. Nel suo discorso, il Rettore, avvalora il sostegno che l’AUGE, con la Federico II, apporta  ricerca ed alla formazione. 
Ricerca da un lato e formazione dall’altro, di pari passo: l’una per garantire la cura, l’altra garante di cultura. Se ne deduce un nesso inscindibile a cui noi umani,noi professionisti non possiamo e non dobbiamo sottrarci. Il sostegno alla ricerca,così come alla formazione, deve essere avvertito come un dovere più che obbligo: perché l’unione fa la forza, apporta nuove soluzioni, idee, garantisce un futuro ,dona una possibilità a chi oggi è malato e domani potrebbe non esserlo più. 
Hanno presenziato al convegno con doverosi interventi molti autorevoli professionisti, tra cui anche la  dott.ssa  Teresa Costabile, neuropsicologa, che evidenzia la necessità di “colmare le lacune che ci sono nel mondo scientifico approfondendo,per l’appunto,gli aspetti neuropsicologici poiché l’atassia non è limitata ad una serie di disturbi fisici bensì coinvolge anche gli aspetti psicologici della persona affetta”. 
Conclusivo l’intervento del Presidente AISA-Campania, Paolo Zengara, affetto da atassia: il suo intervento come un grido di speranza ,di fiducia incondizionata nella ricerca; perché “il futuro dei malati è affidato ai ricercatori, le cure possono garantire un futuro migliore, abilitando il paziente ad una esistenza serena”.       
Un intervento disarmante,da cui traspare il desiderio vivo di un futuro certo e senza tante problematiche ,invalidanti per le persone affette. Il convegno , tenuto nel giorno dell’Epifania, richiama l’attenzione di noi tutti su un argomento delicato e al contempo su di una malattia di cui si parla poco, a cui si dedica troppo poco spazio, ed è purtroppo vero quando si tratta di malattie genetiche rare come l’atassia di Friedreich. 
Sebbene sia una malattia rara, l'atassia di Friedreich è la forma più comune di atassia ereditaria in Europa con una prevalenza stimata intorno a 1/30.000 individui. La questione è semplice: la ricerca richiede dispendio economico e non sempre diventa facile reperire fondi da cui attingere per poterle finanziare. Le ricerche talvolta hanno ad oggetto malattie molto più diffuse ed è a queste ultime che hanno la priorità. Ringraziamo l’Accademia AUGE che insieme alla Federico II ci ha offerto una grande opportunità di conoscenza e partecipazione, conducendoci nel luogo “poco comune”, inesplorato dai non addetti ai lavori, dell’atassia.

Maria Parente
Addetta Ufficio Stampa dell'Accademia AUGE

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venerdì 13 gennaio 2017

ARTE ALLA RIBALTA

Quella sotto riprodotta, è la nota di ringraziamento che la brava Artista e organizzatrice di eventi Maria Teresa Minneci ha inteso diramare al fine di ringraziare tanto i partecipanti che gli estimatori del contest on-line ARTE ALLA RIBALTA, da poco conclusosi con grande successo.
Un successo sinceramente superiore ad ogni aspettativa, tanto da fare da simpatico innesco ad un nuovo evento: LE NOSTRE OPERE ALL'ASTA ONLINE
Campana DOC - è nata nelle immediate vicinanze del Santuario di Pompei - ed ha avuto fin da piccola un trasporto per creare, disegnare, colorare. Passione in verità sopia a lungo per poi risvegliarsi nel momento in cui ha riconquistato maggiori spazi per sè, dedicandosi così a tempo pieno al suo primo, grande amore: l'Arte.
I bei risultati hanno confortato questa passione, stimolandola a perfezionare, sperimentare, innovare costantemente le sue tecniche.
Con grande apprezzamento per quanti sono entrati in contatto con lei, ovvero ne hanno acquistato le opere. 
Le pagine che Maria Teresa Minneci cura attraverso la rete sono molte: dal sito NEWS ART ITALIA alle pagine FB DIMENSIONE LUCE e LA PASSIONE DEL DIPINGERE
Belle, dinamiche e fluide realtà che - in modo pratico e trasparente - hanno coinvolto moltissimi Artisti che, con questo vantaggioso e concreto sistema hanno avuto accesso ad una eccellente combinazione. 
In ARTE ALLA RIBALTA Maria Teresa Minneci e gli Artisti hanno avuto il piacere di avere con loro il Critico d'Arte Nuccio Mula
Una presenza che ha fatto da stimolo per i molti che hanno esposto, gratificandoli e spronandoli al contempo. 
Siamo  Certi che i risultati saranno sempre più interessanti e lusinghieri, anche perché - per prima proprio Maria Teresa - la PASSIONE PER L'ARTE permea tutte le attività di questo significativo Gruppo di Artisti.    
Un Gruppo dinamico e quindi fluido, che conta nuovi inserimenti quotidiani e che studia nuove sinergie con altre realtà.
Maria Teresa Minneci e Giuseppe Bellantonio - per l'Accademia di Alta Cultura - stanno definendo i termini per una collaborazione che, tenendo conto delle rispettive specificità, possa giovare ad impostare iniziative che possano stimolare sinergie e proposte in compartecipazioni sull'amplissimo fronte della Cultura e dell'Arte.
Un fronte che si nutre delle iniziative dei singoli, ma i cui frutti sono posti all'attenzione di un pubblico sempre più portato a recuperare contatto con l'affascinante mondo dell'Arte.


Roma, 19 Gennaio 2017                                     Giuseppe Bellantonio

                                                           

MIXENTAIL di MONIKA GRYCKO

Sabato 14 gennaio 2017 alle ore 18 in Galleria in Via XX Settembre, 27 a Imola, sarà presentato in anteprima il catalogo della mostra MIXENTAIL di Monika Grycko, a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei.
Il catalogo, realizzato dalla Galleria d'Arte Contemporanea Il Pomo da DaMo | Contemporary Art rende omaggio al lavoro di Monika Grycko, “Mixentail” ricco di immagini a colori e corredato con testi di Francesca Baboni e Stefano Taddeo in lingua italiana e in lingua inglese.

Il titolo del catalogo/progetto è un neologismo coniato dall'artista che fa riferimento ad una serie fotografica omonima presente in mostra e rimanda al concetto di misto (mix) e di coda (tail) intesa come eredità che ognuno porta dietro sé. L'artista focalizza difatti la sua ricerca sull'ambiguità che caratterizza la nostra natura umana, sempre in bilico tra paura ed aggressività. Proprio sull'idea di chiusura, nascondimento e paura fa riferimento anche l'installazione U-Boot che si affianca al lavoro fotografico. Il catalogo, rappresenta quindi il progetto installativo, che comprende pittura, video e scultura, riproduce un mondo post apocalittico e non troppo virtuale, in cui rimandi a sottomarini tedeschi utilizzati durante la seconda guerra mondiale (gli U - Boot appunto) e ad umanoidi in fase di transizione diventano metafora di una fragilità umana propria della nostra società occidentale, rimasta schiacciata da un sistema costruito per proteggersi che le si ritorce contro andando a minacciare la sua stessa sopravvivenza. 
Un percorso complesso e articolato che, attraverso la modalità installativa, ricrea un'ambientazione suggestiva e oltremodo intrigante  per chi osserva.

domenica 25 dicembre 2016

... E C'E' ANCORA CHI OSA NEGARE!

Abbiamo ricevuto una segnalazione da parte del Dr. Antonio Ballarin – nella Sua qualità di Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati - attraverso la quale si percepisce tutto lo sconcerto per un articolo apparso il 20 Dicembre 2016 sul sito del giornale 'Internazionale' e sottoscritto da ben 19 persone - intellettuali? Storici? Politici? Esperti tuttotologi di una qualche disciplina? Mah! Difficile rispondere -.                                                                               Questi Egregi Signori, per qualche strana combinazione, si sono trovati solidali nel condividere un vero e proprio attacco frontale al 'GIORNO DEL RICORDO', esponendo - ovvero riesumando - tesi giustificazioniste e riduzioniste per quanti si macchiarono del sangue dei tanti Italiani barbaramente uccisi e precipitati nelle Foibe, e per quanti determinarono l'imponente esodo (e la storica ingiustizia) dei giuliano-dalmati.                                                                                             Ricordiamolo: le tesi negazioniste ad avviso di chi scrive valgono tanto quanto la commissione di quei crimini che pur tentano di minimizzare, occultare ovvero travisare.                                                                           Costoro, tentano, con studiata ciclicità, di sondare le reazioni ai loro scritti: confidando che la soglia di attenzione e quella di vigilanza possano essersi ridotte o stemperate nel tempo.                       Confidano, codesti, sulla memoria corta (ma anche sul 'menefreghismo') di chi si è ormai non solo disaffezionato alla politica, ma se ne è allontanato persino come Cittadino membro del Corpo Elettorale Attivo d'Italia.                                                                     Confidano, costoro, sulla rete omertosa di silenzi e complicità che - anno dopo anno - fa sparire dai testi di Storia pagine importanti del nostro passato della nostra Storia Patria.                                         Confidano, costoro, sul fiancheggiamento di quelle parti politiche che - all'epoca, fecero una sorta di 'patto di sangue' con gli assassini di allora: traendone benefici rilevanti, circa i quali ancora non è stato sollevato il velo dei silenzi, delle omissioni, dei tentennamenti e dei veti (o ricatti) incrociati.
Negare la Shoah, negare le Foibe, negare la strage dei Cristiani, negare la strage di questa o quella minoranza, etnia o parte religiosa, nel mondo, è diventato un esercizio scellerato e squallido, esercitato da molti che spesso guadagnano per quel (di aberrante) che scrivono.
Negare l'innegabile... Che bell'esercizio, vero?
Chi scrive offre la propria solidarietà personale di Italiano, ancor prima che di uomo di cultura,  e quella dell'Associazione da lui presieduta, ponendosi a fianco dei profughi di allora, delle loro Famiglie, delle Vittime.
Di questi nostri Fratelli Italiani uccisi da altri loro Fratelli, coon una barbarie con una disumanità che è rimasta nel tempo e che, oggi, ricorda quella che si consuma sui campi insanguinati della guerra alla civiltà intrapresa dai seguaci del terrore.
Di seguito, il testo della ferma e indignata replica proposta all'articolo:
   
Risposta alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo”
Egregio Direttore,
Spettabile Redazione,

con riferimento alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata sul sito www.internazionale.it in data 20 dicembre 2016, chiediamo cortesemente la possibilità di replicare e di effettuare alcune precisazioni a nome delle molteplici associazioni di esuli istriani, fiumani e dalmati e loro discendenti, nonché degli storici e dei ricercatori che aiutano l’associazionismo giuliano-dalmata nello svolgimento della ricerca scientifica e della divulgazione riguardo la “complessa vicenda del confine orientale”.

La lettera che avete pubblicato, infatti, con un repertorio di citazioni in gran parte capziose, obsolete e superate dalla più recente storiografia, si insinua nel filone del cosiddetto “giustificazionismo”, con accenni di “riduzionismo” che stridono con la sintesi tutto sommato corretta ed efficace da voi realizzata lo scorso 10 febbraio 2016: in quanto diretti interessati dalle vicende cui è dedicato il Giorno del Ricordo, riteniamo di poterlo affermare con maggiore autorevolezza di chi su questa storia interviene con finalità strumentali e senza mascherare il proprio livore ideologico.

Ciascuna delle affermazioni contenute nella Lettera aperta è facilmente confutabile ed è un esercizio retorico al quale ci siamo purtroppo abituati, in quanto costoro da più anni vanno ripetendo le medesime argomentazioni, che poi vengono rovesciate dalla testimonianza diretta di chi quella storia la visse per esperienza diretta ovvero dal lavoro sine ira ac studio di storici obiettivi.

Prima di tutto l’italianità delle terre contese fra Italia e nascente Jugoslavia al termine della Seconda guerra mondiale risulta fuor di discussione: il diritto internazionale ed il diritto di guerra sanciscono che annessioni unilaterali (la provincia di Lubiana all’Italia nell’aprile 1941, l’Istria alla Jugoslavia a metà settembre 1943 e la Zona di Operazioni Litorale Adriatico alla Germania nell’ottobre 1943) non sono da tenere in considerazione fino alla ratifica di un trattato di pace (il ché sarebbe avvenuto solamente nel 1947)  che sancisca la conclusione dello stato di guerra e stabilisca confini internazionalmente riconosciuti. Con riferimento alla materia in esame, confini internazionalmente riconosciuti furono quelli stabiliti dal Trattato di Saint-Germain (1919), dal Trattato di Rapallo (1920) e dal Trattato di Roma (1924), in base ai quali Trieste, Gorizia, Istria, Fiume e Zara risultavano appartenenti all’allora Regno d’Italia e tali andavano considerate dal punto di vista del diritto fino al Trattato di Parigi del fatidico 10 febbraio 1947, entrato in vigore il successivo 15 settembre.

Negli anni Venti e Trenta il regime mussoliniano, in continuità con quanto impostato dallo Stato liberale sabaudo al suo arrivo in queste terre, tentò un’opera di bonifica etnica, ma i suoi risultati furono meno catastrofici per le comunità slovene e croate autoctone di quanto denunciato, nella misura in cui la resistenza jugoslava ebbe modo di radicarsi fra la popolazione “alloglotta”, le componenti slave rimasero sul territorio e resistettero all’assimilazione dando anzi vita a reazioni armate (gruppi terroristici TIGR e Borba, attentati a simboli di italianità e non solo a rappresentanti del regime fascista), laddove dopo il conflitto la politica di fratellanza italo-slava sbandierata dal regime di Tito portò, come se non fossero bastate le vittime delle due ondate di foibe, alla sparizione di altri italiani ed all’esodo del 90% della comunità autoctona italofona. Siccome più avanti si cerca di sminuire il peso delle morti perpetrate dall’esercito di liberazione jugoslavo e dalle sue quinte colonne locali contestualizzando il tutto in una prospettiva più ampia, sarebbe invece maggiormente opportuno ricordare che contemporaneamente a questo tentativo di snazionalizzazione il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni colpiva altrettanto pesantemente la comunità austriaca della Slovenia settentrionale (Domenica di sangue di Marburg/Maribor), gli italiani di Dalmazia (2.000 persone in fuga da Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù costituirono il cosiddetto “Esodo dimenticato”) e gli albanesi del Kosovo (progetto di trasferimento coatto di migliaia di albanesi in Turchia).

Di certo non tutte le 1700 foibe istriane sono state usate per scaraventarvi, spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte delle milizie facenti capo a Tito, ma non si ritiene di “aumentare l’enfasi sensazionalistica della propaganda irredentista” se si puntualizza che invece già nel 1941 il terreno carsico del Montenegro consentì ai partigiani jugoslavi di gettare in alcune foibe soldati italiani (in spregio alle convenzioni di guerra che tutelavano i prigionieri), che nel litorale dalmata esponenti di spicco della comunità italiana furono annegati in mare e che molte operazioni di recupero delle salme dalle foibe furono rese impossibili dalla carenza di materiale speleologico adeguato, dall’andamento accidentato di questi inghiottitoi e dall’avanzato stato di decomposizione dei resti umani che rendeva irrespirabile l’aria per chi scendeva decine di metri in profondità allo scopo di effettuare ricognizioni e recuperi. 2.500 persone forse non sono state gettate tutte quante nella vecchia miniera di Basovizza (sicuramente un centinaio di militi della Guardia di Finanza di Trieste che, dopo aver combattuto il 30 aprile 1945 contro gli occupanti tedeschi nel corso dell’insurrezione cittadina, sarebbero poi stati trucidati in quanto rappresentanti di uno Stato italiano che si voleva cancellare dalla Venezia Giulia), ma sicuramente fra Basovizza, Monrupino, Abisso Plutone, Corgnale ed altri abissi della zona il quantitativo dei morti può raggiungere tale cifra. Siffatti esercizi di contabilità mortuaria, tuttavia, sono degni dei negazionisti dell’Olocausto che argomentano sulle cifre dei morti nelle camere gas e nei forni crematori; a prescindere dal numero delle vittime, l’efferatezza delle tecniche di uccisione condanna questi crimini (avvenuti a guerra finita): persone cadute nel vuoto legate col fil di ferro ai polsi di prigionieri precedentemente uccisi e rimaste agonizzanti in fondo alla foiba per giorni interi prima di morire, fucilazioni e sventagliate di mitra a colonne di prigionieri sul ciglio della foiba, cani neri buttati nella foiba al termine di queste esecuzioni di massa in ossequio ad agghiaccianti rituali scaramantici.

Ricondurre poi la prima ondata di uccisioni nelle Foibe istriane (avvenute contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in altre località della Dalmazia) ad un episodio di “jacquerie” è una tesi ormai superata: l’opera postuma di Elio Apih “Le Foibe giuliane” (Leg, Gorizia 2010, a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo tempo dal prof. Arnaldo Mauri e cioè che si è trattato dell’applicazione di una metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939 ed in altri ambiti dell’Europa orientale, consistente nell’eliminazione delle figure di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli opposti nazionalismi italiano e slavo erano stati fomentati dalle autorità asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la maggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nella seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma trialista della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava, bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava. Gli italiani che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali confermano il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto avevano anteposto l’adesione ideologica al comunismo all’appartenenza nazionale (esempio più eclatante il massacro a Porzus da parte di gappisti delle Brigate Garibaldi – Natisone dei partigiani “bianchi” contrari all’espansionismo jugoslavo in territori abitati a maggioranza da italiani), laddove i loro “compagni” jugoslavi strumentalizzarono il comunismo con finalità nazionaliste.

Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano presenze slave (Carinzia austriaca e Friuli Venezia Giulia italiano) nonché la trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica nell’Europa orientale sancita dagli accordi di Yalta fra le grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale. In questo progetto espansionista affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti “Paesi Non allineati”, si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco occidentale che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue vessazioni.

Che poi a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane (gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.

I partigiani che “entrarono a Trieste nel maggio 1945” rappresentano altresì un’invasione e annichilirono i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale di Trieste, i quali nel capoluogo giuliano non sono dovuti entrare, in quanto già c’erano, avendo realizzato l’insurrezione cittadina il 30 aprile 1945 per effetto  della quale la guarnigione tedesca era stata già costretta ad asserragliarsi in alcuni presidi e la città era stata liberata. Nei successivi Quaranta giorni la violenza nei confronti degli italiani aumentò indubbiamente e a questo si riferiva l’articolo del 10 febbraio scorso, senza nulla togliere a quanto sofferto da partigiani, ebrei ed antifascisti ad opera dei tedeschi e dei loro collaborazionisti. Le efferatezze consumatesi nel campo di internamento della Risiera di San Sabba rientrano nelle commemorazioni del Giorno della Memoria dedicate allo sterminio perpetrato nell’arcipelago concentrazionista nazista, i crimini del fascismo hanno la loro sanzione nella Festa della Liberazione, il Giorno del Ricordo è il momento in cui l’italianità giuliano-dalmata chiede di ricordare le proprie vittime ed un momento di raccoglimento per commemorare le violenze che ha subito: negare, giustificare e ridimensionare quanto patito costituisce una nuova forma di violenza.

Nella pluralità di voci e di firme che dovrebbero dar vita allo speciale de L’Internazionale che i firmatari della lettera aperta auspicano, chiediamo che vi sia spazio anche per la testimonianza degli esuli che in prima persona vissero la tragedia dell’esodo, in maniera tale da confutare le ciniche e disumane interpretazioni che sono state qui date alla scelta di esodare. In questa maniera si potrebbe capire quanto doloroso sia stato quel distacco, quanto nessuno si immaginasse di abbandonare la miseria per andare nel paese di Bengodi, quanto la sotterranea finalità di nuocere all’economia jugoslava (dietrologia pura!) fosse assente nelle famiglie intere che abbandonavano una terra in cui erano radicati da generazioni. Il Presidente del Consiglio De Gasperi ed il CLN dell’Istria cercarono in tutti i modi di frenare questa emorragia, l’uno perché confidava in successivi aggiustamenti confinari e per non trovarsi a gestire l’emergenza umanitaria di decine di migliaia di profughi nella disastrata Italia dell’immediato dopoguerra (i 109 Centri Raccolta Profughi furono la improvvisata e dolorosa risposta a questa crisi), l’altro perché auspicava un plebiscito che consentisse alla popolazione di esprimere liberamente la propria appartenenza statuale coerentemente al principio di autodeterminazione dei popoli. È addirittura oltraggioso sostenere che 350.000 persone di ogni estrazione politica e sociale abbiano abbandonato le proprie case lusingati da fantomatiche rosee prospettive economiche, laddove con i loro beni abbandonati e poi nazionalizzati dal regime di Belgrado lo Stato italiano saldò, contravvenendo alle disposizioni del trattato di pace, parte delle riparazioni dovute alla Jugoslavia ed ancora non ha corrisposto un equo indennizzo agli esuli ed ai loro discendenti. La verità è che in Istria e a Fiume il governo militare jugoslavo, in attesa delle decisioni della conferenza di pace, aveva diffuso un clima intimidatorio, perseguitava le manifestazioni di italianità, continuava a far sparire nel nulla i punti di riferimento della comunità italiana e procedeva ad un’annessione strisciante di queste terre, travalicando le caratteristiche di provvisorietà che un Governo Militare dovrebbe avere (garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in attesa di una sistemazione definitiva),. I gerarchi di Tito e l’OZNA, la sua polizia segreta, avevano invece operato dal maggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un clima di terrore nella popolazione italiana (episodi più eclatanti furono il martirio in odium fidei del beatificato Don Bonifacio e l’attentato dinamitardo di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, con oltre 100 morti e decine di feriti) con il dichiarato intento di farla allontanare: « […] Ricordo che nel 1946 io [Milovan Ðilas, ndr] ed Edward Kardelj andammo in Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto» (intervista al periodico Panorama del luglio 1991).

Coerentemente allo spirito della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, le associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati si impegnano oggi affinché questi drammi vengano portati alla conoscenza di tutti senza discriminazioni e distinguo e per il riconoscimento di questa tragedia al pari delle altre grandi catastrofi del Secolo breve. D’altro canto hanno avviato da sette anni un proficuo tavolo di lavoro con il Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca che ha portato alla realizzazione di concorsi scolastici e di seminari di aggiornamento per i docenti tenuti da insegnanti universitari e storici qualificati. In concomitanza con il Giorno del ricordo 2016 la rivista Storia In Rete ha dedicato un numero monografico alla storia del confine orientale italiano, coinvolgendo storici che da tempo collaborano con le associazioni dell’esodo giuliano-dalmata e la trasmissione televisiva Terra ha realizzato uno speciale, sicché altrettanto interessante potrebbe essere un approfondimento de L’Internazionale, ma, come sopravvissuti e testimoni della Shoah vengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi revisionisti o negazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli esuli chiede rispetto per i propri lutti, empatia per le proprie sofferenze e assenza di livore e di velleità giustificazioniste nelle ricerche storiche che li riguardano da vicino.

Lorenzo Salimbeni – ricercatore storico
Davide Rossi – Università degli Studi di Trieste
Antonio Ballarin – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati
Lucia Bellaspiga – giornalista inviata speciale de “Avvenire”
Jan Bernas – giornalista e scrittore
Manuele Braico – Associazione delle Comunità Istriane
Guido Cace – Associazione Nazionale Dalmata
Renzo Codarin – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Giuseppe de Vergottini – Coordinamento Adriatico
Viviana Facchinetti – giornalista e scrittrice
Fabio Lo Bono – giornalista e scrittore
Michele Pigliucci – Comitato 10 Febbraio
Alessandro Quadretti – regista
Paolo Radivo – direttore de “L’Arena di Pola”
Paolo Sardos Albertini – Presidente della Lega Nazionale e del Comitato Onoranze ai Martiri delle Foibe
Giorgio Federico Siboni – Università degli Studi di Milano
Tito Lucio Sidari – Libero Comune di Pola in Esilio