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lunedì 9 dicembre 2019

UN LICEO ECONOMICO ALL'IST. NAZARETH DI ROMA

 A Roma - presso l'ISTITUTO NAZARETH, al 140 di  Via Cola di Rienzo - Il 6 Dicembre 2019 ha avuto luogo l'OPEN DAY nel corso del quale è stato presentato il LICEO ECONOMICO.               
In una Sala colma e attenta, gli interventi di Illustri Ospiti ha fatto seguito al benvenuto della Presidenza dell'Istituto Nazareth, teso anche a ricordare e sottolineare le tradizioni dell'Istituto nel panorama scolastico della Capitale.

Ha preso  la parola per primo il Prof. Avv. Giuseppe Catapano (Rettore dell’AUGE-Accademia Universitaria degli Studi Giuridici Europei, Commercialista-Tributarista, Rettore Emerito dell’Università degli Studi Popolari – Milano,   Docente ordinario per le Discipline Giuridiche presso UniMilano) che ha ricordato il ruolo innovativo dell'AUGE nel campo della formazione giuridica, sottolineando come l'iniziativa di dare sostanza al LICEO ECONOMICO interpreti in modo coerente gli indirizzi della Società e l'influenza dei settori giuridico ed economico nella vita quotidiana. A seguire, l'intervento di S.E. il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola (Patrocinante in Cassazione, già Presidente di Sezione della Corte dei conti, Docente di Diritto Amministrativo Europeo, Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione) che facendo anche riferimento alla propria lunga esperienza - specie quale Alto Magistrato della Corte dei conti - ha evidenziato  per i giovani tanto la necessità di fare affidamento su solide basi culturali di tipo classico - insostituibili - che di poter contare su un bagaglio di esperienze formative di ampio spettro, al fine di acquisire maggiore e migliore consapevolezza delle loro possibilità di fronte alle sfide del presente e quindi del futuro. Ha poi preso la parola la Dott.ssa Fiorella Ialongo (Docente presso l’Università di Roma Tre-Master di Linguaggi del Turismo e Comunicazione Interculturale, Pubblicista, esperta di Economia Creativa ed Ecosistemi dell’Innovazione) che, proprio riferendosi alla propria esperienza universitaria e richiamando l'attenzione sulle sfide dell'attuale mercato globale, ha evidenziato all'attenzione dei giovani l'ineludibile importanza del lavorare in team: le sfide attuali si devono affrontare con gruppi preparati e coesi, dove ciascuno abbia un ruolo pre-definito e si assuma le coerenti responsabilità correlate proprio ai compiti a lui affidati.  Il Dott. Virgilio Violo (Pubblicista, Presidente della FLIP-Free Lance International Press, già membro Consulta Giuridica per la Tutela dei Diritti Umani, già Capo Uff. legale dell’Ente Nazionale Risi, già collaboratore di ANSA) si è poi soffermato sul ruolo dell'informazione e quindi della comunicazione: due arterie molto trafficate, in verità, e non sempre in linea con le esigenze di trasparenza e obiettività che i Cittadini si aspettano - e pretendono - da chi operi in tali delicati settori. E' poi intervenuto il Prof. Cesare Cilvini (Docente presso l'Università Federico II°, Accademico dell'AUGE) che, ricordando pragmaticamente che non si lavora solo per il piacere di far ciò, ha inteso stimolare i giovani ad aprirsi fin da subito a prospettive di crescita, guardando oltre l'orizzonte prossimo della loro vita, confidando su una formazione eccellente. Prima delle conclusioni ha preso la parola il Dott. Riccardo Carnevale (responsabile organizzazione eventi educativi di ‘Starting Finance’, innovativa start-up di settore)  che con toni carichi di energia e quindi coinvolgenti, si è soffermato sulla mission della start-up e sulle esperienze di cui già può farsi vanto. La comprensione dei meccanismi della finanza, quale elemento portante della nostra quotidianità, insieme al diritto, è di estrema importanza: fermo restando l'importanza di valide, concrete e pratiche basi culturali, utilissime a rapportarsi correttamente con ogni interlocutore.
Al termine dell'incontro il Dott. Lorenzo Ciliberti ha ringraziato tutti gli intervenuti all'interessante e per certi versi unica iniziativa del LICEO ECONOMICO, che mette al centro – così come nobile tradizione dell’ISTITUTO NAZARETH – gli Studenti e le loro Famiglie. La dinamica socio-economica contemporanea; sempre più intensa, rapida e persino poco prevedibile impongono che i giovani studenti maturati dalle scuole – in generale -  possano superare fin da subito le difficoltà che affrontare il mondo 'reale' comporta.      Comunicazione, Giornalismo, Marketing, Espansione e Integrazione dei Mercati e dei Territori, non disdegnando di entrare nel mondo delle grandi possibilità innovative offerte dal mondo delle start-up.                                                                 In sintesi: gli studenti acquisiranno tutta una serie di vere e proprie pre-professionalità nel campo dell’Innovazione Tecnologica, della Comunicazione, delle Pubbliche Relazioni e del Marketing, tali da agevolarli ad approcci più rapidi con settori qualificati del mondo del lavoro. 
Arrivederci all'11 di Gennaio 2020 con un incontro programmatico e quindi più tecnico: la parola d'ordine è fare squadra, lavorando in team!  
Coordinamento della Comunicazione e Media Partner: ADAC, Divi & Dive, FLIP, La Notte Online.

Roma, 8 Dicembre 2019
Giuseppe Bellantonio

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Oltre ciò - specie per le parti informative a contenuto storico e/o divulgativo - i Lettori, ovvero quanti comunque interessati alla materia, che possano ritenere ciò utile e opportuno, potranno suggerire delle correzioni e/o far  pervenire qualche proposta. Proposte che saremo lieti di valutare ed elaborare.            
                        

domenica 1 dicembre 2019

ROMA, 6 DICEMBRE 2019: OPEN DAY INNOVATIVO ALL'ISTITUTO NAZARETH.

Il 6 Dicembre 2019 a Roma, presso l'ISTITUTO NAZARETH in Via Cola di Rienzo n° 140 - avrà luogo un interessante OPEN DAY nel corso del quale la Preside Prof.ssa Maria Rossi presenterà il LICEO ECONOMICO.               Si tratta di un percorso di studi che coniuga l'usuale base umanistica e tecnica a materie tipiche della dinamica socio-economica contemporanea; sempre più intensa, rapida e persino poco prevedibile: è quella "società liquida" evidenziata e descritta mirabilmente dal sociologo Bauman che, troppo spesso, i giovani studenti maturati dalle scuole – in generale -  hanno difficoltà ad affrontare.       Comunicazione, Giornalismo, Marketing, Espansione e Integrazione dei Mercati e dei Territori, non disdegnando di entrare nel mondo delle grandi possibilità innovative offerte dal mondo delle start-up.                                                                 In sintesi: gli studenti acquisiranno tutta una serie di vere e proprie pre-professionalità nel campo dell’Innovazione Tecnologica, della Comunicazione, delle Pubbliche Relazioni e del Marketing, tali da agevolarli ad approcci più rapidi con settori qualificati del mondo del lavoro. Oltre al Corpo Docente, saranno presenti Famiglie e Studenti dei vari Licei.       

Momento particolarmente atteso sarà lo spazio che vedrà protagonisti personaggi del mondo universitario e lavorativo per offrire le loro considerazioni sulla tematica inerente al LICEO ECONOMICO. Interverranno (in ordine alfabetico) il Dott. Riccardo Carnevale, responsabile organizzazione eventi educativi di ‘Starting Finance’, start-up innovativa di settore; il Prof. Avv. Giuseppe Catapano, Rettore dell’AUGE-Accademia Universitaria degli Studi Giuridici Europei, Commercialista-Tributarista, Rettore Emerito dell’Università degli Studi Popolari – Milano,   Docente ordinario per le Discipline Giuridiche presso UniMilano, Autore di numerosi volumi e di articoli giornalistici; la Dott.ssa Fiorella Ialongo, Docente presso l’Università di Roma Tre-Master di Linguaggi del Turismo e Comunicazione Interculturale, Pubblicista, esperta di Economia Creativa ed Ecosistemi dell’Innovazione, già corrispondente di ‘Cina in Italia’ (ed. Italiana di China Newsweek), collabora, ed è membro dei comitati di redazione, di giornali cartacei e online; S.E. il Prof. Avv. Salvatore Sfrecola, Patrocinante in Cassazione, già Presidente di Sezione della Corte dei conti, Docente di Diritto Amministrativo Europeo,  Presidente dell’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione, Autore di numerosi volumi e di articoli giornalistici. Collaboratore di numerose testate d’informazione cartacea/digitale; il Dott. Virgilio Violo, Pubblicista, Presidente della FLIP-Free Lance International Press, già membro Consulta Giuridica per la Tutela dei Diritti Umani, già Capo Uff. legale dell’Ente Nazionale Risi, già collaboratore di ANSA, già v.Segr. Naz.le SINFO, Direttore Resp. di ‘IplNews24’(online), collaboratore di numerose testate d’informazione cartacea/digitale.                      Complimenti per questa bella iniziativa, ricca di novità che mette al centro – così come nobile tradizione dell’ISTITUTO NAZARETH – gli Studenti e le loro Famiglie.             Presenta l'iniziativa il Dott. Lorenzo Ciliberti.                       Coordinamento della Comunicazione e Media Partner: ADAC, Dive & Dive, FLIP, La Notte Online.

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giovedì 19 ottobre 2017

PER UN NUOVO RINASCIMENTO

L'11 Ottobre, nella suggestiva cornice di Palazzo Ferrajoli in Piazza Colonna a Roma, dinnanzi ad un pubblico folto, attento e qualificato, Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti hanno presentato il loro libro RINASCIMENTO.
Alle colte ed incisive introduzioni della Prof.ssa Dora Liguori e del moderatore Prof. Salvatore Sfrecola, hanno fatto seguito gli interventi intensi dei due Illustri Autori.
La sostanza, con accenti diversi e con precisi, chirurgici, riferimenti agli sviluppi del contesto socio-politico negli ultimi anni, il Prof. Vittorio Sgarbi l'ha riposta nel concetto che '''non può esserci dignità se si sopporta la mortificazione degli ideali, delle tradizioni del fare, del produrre, posizionandosi su un gradino inferiore. Noi siamo per la conservazione, la riscoperta, il RINASCIMENTO di questi valori, perchè non vogliamo farci coinvolgere nei livelli inferiori. Intendiamo restare ad un livello superiore, non facendoci trascinare verso il basso, verso il fondo. Anche perchè chi perde o lavora 'contro', non ha più diritto di aspirare ad una risalita''' . A seguire il Prof. Giulio Tremonti ha rimarcato concetti più tecnici ma alla portata dei presenti, per sottolineare le anomalie, le storture e le incongruenze dell'attuale sistema politico.
Il richiamo alla stagione del RINASCIMENTO, che dopo il Medio Evo e l'Umanesimo, ha segnato il sorgere di un grande movimento culturale e artistico che ha segnato la crescita dell'intera Europa, ben si adatta quindi alle aspirazioni ultime dei nostri due Illustri Autori: pervenire, in occasione delle imminenti elezioni politiche, alla nascita di un forte movimento d'opinione che proprio nella forza propulsiva, generante e rigenerante del RINASCIMENTO si riconosca.
Per il bene dell'Italia, dei suoi Valori e delle sue Tradizioni più antiche e quindi più genuine.  Per il bene degli Italiani, mai come in questo momento tenuti in poca considerazione da chi preferisce adottare la nota 'politica di sostituzione' mediante l'introduzione poco discriminata di clandestini, in Italia.
Il pubblico ha partecipato con interesse agli interventi tutti; al riguardo, citiamo la presenza di Illustri personalità, tra cui: Antonio Catricalà - già Segretario Generale della PCM -; il Generale di Corpo d'Armata dell'Arma dei Carabiniei Goffredo Mencagli; la Prof.ssa Dianella Gambini -  Ordinario di Lingua Spagnola presso l'Università per Stranieri di Perugia -; la Prof.ssa Emanuela Andreoni Fontecedro - Docente di Latino presso l'Università degli Studi 'La Sapienza'; il Dott. Emilio Croce, Presidente dell'Ordine dei Farmacisti di Roma; il nDott. Italo Volpe, Consigliere di Stato; il Dott. Adolfo De Rienzi, Presidente dell'Accademia del Notariato; l'Ing. Pier Mauro Tocchi, imprenditore; l'Ing. Roberto Viviani, Commissario del Governo per importanti opere pubbliche; S.E. Alfonso Rossi Brigante, Presidente Onorario della Corte dei conti.
Tra gli altri, notati il Presidente dell'Accademia di Alta Cultura - N.H. Giuseppe Bellantonio, e Gentile Consorte -, il Dott. Giovanni De Ficchy  - Segretario Regionale del Partito Pensionati e Invalidi - e il Dott. Carlo Martina, del Sindacato Italiano CEL-Confederazione Europea del Lavoro.
Un'eccellente parentesi musicale ha fatto da introduzione ad un buffet semplice quanto ricco, utile a brindare alla salute di tutti gli Illustri convenuti, come pure alle fortune dell'Organizzazione Politica RINASCIMENTO.

Roma, 17 Ottobre 2017
Giuseppe Bellantonio


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martedì 1 agosto 2017

QUANDO UN POPOLO PERDE LA PROPRIA IDENTITA'

Quando un popolo perde la propria identità
Da "Passa ‘a bandiera, passa a Patria e o’ Re", ai vessilli sporchi e stracciati dei nostri giorni
di Salvatore Sfrecola

Sporca, ridotta a brandelli la bandiera nazionale, il “Tricolore Italiano”, come si esprime all’Art. 12 la Costituzione, è il simbolo di un Paese che non crede in sé stesso, che non riconosce la propria identità. 
Ovunque è così nell’Italia di questi anni e duole che siano  in queste condizioni soprattutto le bandiere all’ingresso delle scuole di ogni ordine e grado laddove si formano, o, meglio, si dovrebbero formare i futuri cittadini, non solamente quelli che iure sanguinis lo sono dalla nascita, ma anche coloro ai quali la cittadinanza si vorrebbe attribuire in base al cosiddetto ius culturae, se dovesse essere approvato il disegno di legge in discussione al Senato. 
Quale cultura, quale rispetto per l’Italia possono acquisire giovani provenienti da ogni parte del mondo nel vedere come viene trattata la bandiera nazionale proprio nelle scuole che sono invitati a frequentare per ottenere la cittadinanza italiana? Senza che si levi una qualche protesta, ma soprattutto senza che le autorità sovraordinate intervengano richiamando all'ordine presidi e direttori didattici, funzionari dello Stato evidentemente senza dignità della loro funzione. 
Come potranno i migranti, così generosamente accolti, integrarsi, il che vuol dire percepire il senso della identità nazionale, quella fatta di cultura, di storia, di tradizioni. In particolare di quella unitaria realizzatasi nel Risorgimento, quando quel vessillo dai tre colori. Verde, bianco, rosso, fu per la prima volta alla testa dei soldati del Regno di Sardegna, come volle il proclama del Re Carlo Alberto del 23 marzo 1848 in vista dell’ingresso il Lombardia per rispondere alla richiesta che Gabrio Casati gli aveva rivolto a nome del Governo provvisorio milanese. Alla prima guerra di indipendenza contro il “nemico storico”, per dirla con le parole del mite Luigi Einaudi, all’indomani del 4 novembre 1918, quando, come abbiamo tutti appreso dal Bollettino della Vittoria firmato alle ore 12 di quel giorno dal Generale Armando Diaz, “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” risalivano “in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.
La bandiera, ovunque rispettata ed amata al di là del credo politico, perché quei colori sono di tutti, di destra o di sinistra. La bandiera ovunque è il simbolo della nazione e del suo orgoglio. Basta pensare agli Stati Uniti d’America, spesso impropriamente richiamati quale esempio dell’apertura allo ius soli, che lì c’è, ma che vale esclusivamente per i figli di chi è legittimamente presente sul territorio, cosa sempre trascurata.
Qualche mese fa Il Messaggero denunciava il caso di Villa Leopardi, nel romano quartiere Africano, in via Makallè, dove, sui pennoni della biblioteca comunale, il Tricolore non c’era più, ridotto ad uno straccio con la striscia bianca e quella verde divorate dal tempo.
Immaginavo che sarebbe andata così quando fu approvata la legge sull’esposizione della bandiera nazionale. Ero certo che sarebbe stata interpretata “all’italiana” (quanto mi addolora questa espressione!). Perché la bandiera non deve essere esposta continuativamente sugli edifici pubblici ma, ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge : Legge 5 febbraio 1998, n. 22 ("Disposizioni generali sull'uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell'Unione europea") “per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività”, il che vuol dire, per le scuole, “nei giorni di lezioni e di esami” (art. 4, comma 3, del Decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n.121 ("Regolamento recante disciplina dell'uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell'Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici"). Il che esclude che siano esposte di notte e in tempo di vacanze.
Le bandiere esposte giorno e notte col sole o con la pioggia degradano nel giro di pochissimo tempo e diventano assolutamente irriconoscibili. Uno spettacolo desolante che la dice lunga sul senso dell’italianità dei contri concittadini che, alla visione di quella bandiera vilipesa non insorgono, se non in pochi casi, peraltro inascoltati. Con questo spirito nazionale il Paese non riesce a risorgere, come fece un tempo, più di recente dopo la guerra perduta e le lacerazioni che ne sono seguite.
Bandiere che non hanno più neanche la forza di sventolare per ricordare a giovani e anziani la nostra storia, chi siamo. Forse perché non lo sappiamo, perché abbiamo avuto cattivi maestri che mano mano hanno fatto perdere alle giovani generazioni il senso dell’appartenenza, quella che oggi in qualche modo vorremmo riconoscere nei migranti per effetto dello ius culturae, attraverso un ciclo scolastico in istituti al cui ingresso la bandiera è necce condizioni che tutti possiamo constatare. Impareranno che non c’è rispetto per la nostra storia, come per l’autorità dello Stato. 
Quanta differenza con gli Stati Uniti dove le bandiere sventolano immacolate su ogni casa, dove bianchi, neri, gialli si sentono effettivamente americani, come abbiamo imparato a conoscere dai film di guerra che esaltano il soldato USA, spesso di colore in un reparto comandato da un ufficiale di colore. Laddove la Patria è un valore di tutti.
Un tempo era così anche in Italia, un sentimento che è anche un’idea consegnata in una canzone dall’inconfondibile accento partenopeo, “Passa a bandiera, passa a Patria o Rre”, spesso richiamata nelle rievocazioni della Grande Guerra.
Mi perdoneranno i lettori di fede repubblicana. Ma converranno certamente che bandiera e Patria sono inscindibilmente connessi come o’ Rre, per chi si è abbeverato ai valori di libertà del Risorgimento e dell’Unità nazionale.
Non esistono convenzioni internazionali sull'uso della bandiera (flag etiquette), ma le linee di comportamento seguono regole comunemente accettate. E sono tali da garantire una esposizione della bandiera che eviti il degrado che denunciano le nostre. In primo luogo la bandiera viene esposta dall'alba al tramonto, alzata vivacemente ed abbassata con solennità, non deve mai toccare il suolo né l'acqua. 
Mai può essere usata come copertura di tavoli o sedute o come qualsiasi tipo di drappeggio. Non può mai essere esposta in posizione inferiore ad altre rispetto alle quali deve occupare la posizione privilegiata.
Regole logiche che attestano un senso di rispetto che dobbiamo assolutamente ritrovare.

28 luglio 2017






venerdì 3 marzo 2017

GUARDIE E LADRI...

I nostri Lettori seguono da tempo gli interventi di S.E. Salvatore Sfrecola.
L'Alto Magistrato della Corte dei conti, oggi Avvocato libero professionista, segue con attenzione le vicende italiane nel loro articolato complesso e, allorché constata l'esistenza di fatti e notizie meritevoli di attenzione, li sottopone alla comune attenzione in uno a valutazioni, considerazioni e commenti.

Nel 25° di “Mani pulite”
Guardie e ladri: l’eterno gioco di grandi e piccini
di Salvatore Sfrecola

Giovanissimo, tra i giochi più in voga c’era quello denominato “guardie e ladri”. Molti dei miei coetanei preferivano “fare” i ladri, non ovviamente per una inclinazione al crimine. I ladri erano, più che altro, ribelli avventurosi, come quelli che avevamo imparato ad ammirare dalle letture dei libri di Emilio Salgari, tra pirati e corsari, tutti impegnati a vendicare torti subiti, come Sandokan, “la tigre della Malesia”, o “il corsaro nero”, il nobile Conte di Ventimiglia. Non emergeva, dunque, la contrarietà alla legge. Della cui autorità, comunque, si sentivano investite “le guardie” tra le quali, manco a dirlo, io mi schieravo senza tentennamenti, sempre. E così è continuato nel tempo, fino ad indossare la toga del magistrato della Corte dei conti, per individuare e punire, da Pubblico Ministero o da Giudice, chi avesse danneggiato lo Stato o qualche ente pubblico, con sprechi o corruzione.
Sento dire che i bambini non giocano più a guardie e ladri. Mentre i grandi non giocano, fanno sul serio. Così alcuni rubano “e non si vergognano”, come sostiene Piercamillo Davigo, in qualche modo ribadendo che quel “non” dimostra una evoluzione in peggio del malaffare. Divenuto Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il Sostituto Procuratore della Repubblica che sotto la guida di Francesco Saverio Borrelli aveva fatto parte del pool “Mani pulite” della Procura di Milano, insieme a Gerardo D’Ambrosio, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro, continua la sua battaglia, esponendo con cartesiana logica e con l’eloquenza dei precedenti le ragioni degli illeciti che quotidianamente vengono segnalati dalla stampa.
E qui va fatta qualche precisazione, che non sarà gradita a quanti hanno visto in Tangentopoli, più che la vicenda giudiziaria dei finanziamenti illeciti alla politica e della corruzione, una sorta di colpo di stato (qualcuno si è azzardato a definirlo così) contro i partiti che, fino ad allora, avevano occupato la scena, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Comunista Italiano, in varia misura coinvolti nel sistema delle tangenti. E così è passata, e persiste in alcuni, la vulgata che la magistratura sia stata in qualche misura “usata” dai “poteri forti” interni ed internazionali (la Massoneria, la C.I.A. le centrali economiche internazionali e chi più ne ha più ne metta) per provocare la fine della prima repubblica.
Ora non è dubbio che, proprio dagli interrogatori, prima, e dai processi, poi, ampiamente richiamati dalla stampa e dalle televisioni (Radio Radicale, ad esempio, trasmetteva per ore le udienze) è emerso che effettivamente i “costi della politica”, sempre più elevati per far fronte alle spese per pubblicazioni, convegni, scuole di partito e quant’altro fosse ritenuto utile per affermare la propria presenza sul territorio e nell’economia ampiamente condizionata dalla politica, i tesorieri dei partiti ricevevano ingenti “donativi” a fronte di favori vari, con assegnazione di appalti, soprattutto, e di forniture di beni e servizi destinati agli enti pubblici. “Così fanno tutti”, sono le parole di Bettino Craxi, ex Presidente del Consiglio e Segretario del Partito socialista in un drammatico discorso alla Camera dei deputati il 3 luglio 1992 tra il silenzio ostile di tutto l’emiciclo nel quale sedevano quei “tutti” che erano abituati a ricevere e gestire mazzette. “Il finanziamento illegale dei partiti in Italia – sono le sue parole – è un fatto vero e largamente noto”. Aggiungendo che “all’ombra di un finanziamento irregolare ai partiti e al sistema politico fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. E tuttavia bisogna dire che tutti sanno: buona parte del finanziamento pubblico è irregolare o illegale”. Con la conseguenza che “nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra”.
Poi si accertò che quelle somme messe a disposizione da appaltatori e boiardi di Stato non finivano solamente sui conti dei tesorieri di DC, PCI e PSI, perché spesso andavano direttamente ai responsabili delle correnti che se ne servivano per comprare tessere o per organizzare in vario modo, anche con giornali e riviste, il potere dei gruppi e dei loro esponenti all’interno dei partiti.
Sembra quasi che l’azione dei magistrati sia stata “contro” i partiti. In realtà i fatti sono veri, le imputazioni e le responsabilità effettive e confessate. E quanto alla lunghezza dei processi, spesso provocata degli imputati alla ricerca della prescrizione, non risulta che qualcuno vi abbia rinunciato per pretendere che i giudici si pronunciassero nel merito, per rivendicare la propria innocenza.
“Così fanno tutti” e, naturalmente, “tutti sanno”. L’accusa di Craxi conferma che la prassi era quella e certo alcuni drammi che hanno accompagnato le inchieste (mi riferisco ai cosiddetti “suicidi eccellenti”) sono conseguenza della generalizzata certezza dell’impunità. Che, venuta meno anche per effetto del mutato clima politico a seguito della caduta dell’impero sovietico, non poteva che provocare traumi profondi nelle persone che, pur essendo collettori di tangenti per i partiti, si sentivano coperti da una prassi e forse addirittura “onesti”, quando non rimaneva attaccato alle loro mani qualche pacchetto di banconote di grosso taglio.
Questo clima buonista, che periodicamente emerge nel dibattito politico, risuona nelle rievocazioni di “mani pulite” di cui hanno scritto Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio (“Mani pulite 25 anni dopo”, in libreria da alcuni giorni). Parole di comprensione, pur in assenza di pentimenti. Per cui qualcuno si pone l’obiettivo di “riabilitare” Craxi, cui certamente va riconosciuta la dignità della confessione, sia pure, edulcorata da quel “tutti sanno”. E il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, apre un dibattito sulla possibilità di intitolare una strada o una piazza della “capitale morale” a Craxi. Sarebbe un gravissimo errore e una inammissibile ingiustizia nei confronti delle tante persone perbene che giorno dopo giorno, con impegno e personale sacrificio, operano al servizio delle istituzioni, dello Stato e della politica, o rispettano le regole della concorrenza nel mercato degli appalti di lavori o forniture.
Sarebbe innanzitutto una ingiustizia nei confronti dei giovani i quali devono essere educati al rispetto delle leggi, nella convinzione che l’amministrazione pubblica sia effettivamente quella “casa di vetro” della quale si parla spesso con un’enfasi che vorremmo rispondesse alla realtà. In un sistema di trasparenza “totale”, come è regola di alcuni paesi che ci precedono, e di molto, nella graduatoria che annualmente Transparency International redige sulla base della percezione della corruzione. I più virtuosi, com’è noto sono i regni di Danimarca e Svezia, una realtà nella quale la trasparenza dei poteri pubblici è, appunto, “totale”, un aggettivo con il quale il Ministro della funzione pubblica del governo di Stoccolma spiega i motivi di quel primato, come ha riferito Raffaele Cantone nel corso di un convegno che si è tenuto qualche mese fa a Roma nell’aula delle Sezioni Riunite della Corte dei conti.

26 febbraio 2017

sabato 8 ottobre 2016

TRA IL 'SI' E IL 'NO'

L'Ill.mo Prof. Salvatore Sfrecola, lasciata la Toga della Corte dei conti, indossa ora la Toga di Avvocato, peraltro dedicando maggior tempo alla Sua passione di sempre: scrivere, al fine di far conoscere nel modo più ampio possibile il proprio pensiero. Un pensiero personale, sì: ma un pensiero sempre obiettivo, sostenuto dalla ragione e dal confronto più ampio ancorché dalla propria passione.
Innumerevoli le conferenze, i dibattiti, cui il Prof. Sfrecola ha partecipato: in ordine di tempo,  l'appuntamento è per il 19 Ottobre alle ore 17,30 presso l'Università di Castel Sant'Angelo (Corso Vittorio Emanuele, 217 - Roma), dove insieme con Fabrizio Giulimondi presenteranno i rispettivi lavori sul 'referendum' (Ed. Aracne) e sulla Costituzione (Ed. Giappichelli).  
All'incontro si annuncia fin da ora numerosa la partecipazione di studiosi, Magistrati e Avvocati.
In esclusiva per i nostri Lettori, l'Ill.mo Prof. Sfrecola ha cortesemente preparato una scheda di quello che è il contenuto del proprio libro, e quindi un essai del proprio pensiero.
Ringraziamo l'insigne Giurista, certi dell'apprezzamento dei Lettori stessi per la Sua cortesia e disponibilità, come pure del successo del suo libro.

Roma, 8 Ottobre 2016                                                Giuseppe Bellantonio

"LA COSTITUZIONE VA RIFORMATA? SI/NO" 
(di Salvatore Sfrecola, Aracne Editrice)
Giunge nelle librerie, nel bel mezzo del dibattito sulla riforma costituzionale in vista del referendum del 4 dicembre questo libro, il cui Autore vanta una lunga esperienza di Magistrato della Corte dei conti oltre che e di consulente ministeriale.  Il libro dà ampio conto delle tesi dei fautori del SI e di quelle dei Comitati per il NO. Sulla base di queste contrastanti valutazioni della legge di riforma, l’Autore giunge alle sue conclusioni contrarie alla approvazione della riforma. Comincia da una frase a conclusione del documento diffuso dai fautori del SI: “Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie”. L’Autore si chiede come si possa modificare la legge fondamentale dello Stato nella consapevolezza di “difetti e discrasie”, cercando di nascondere questa verità con parole ad effetto, a volte inserite in “slogan da comizio”, come ha scritto Curzio Maltese su Venerdì di Repubblica.     Parole che, nel linguaggio della comunicazione, riassumono esigenze, indicano obiettivi, per taluni raggiunti per altri falliti o inutili se non dannosi. Parole che tornano nelle discussioni tra le persone, nei fondi degli opinionisti e nella cronaca, come nei conversari al bar o nei circoli.
In primo luogo “riforma”, naturalmente “necessaria”, per di più “attesa da anni”, che realizza “notevoli risparmi”, riforma, varata in Parlamento “con una larga maggioranza” per affrontare “efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese”. “Emergenze”, per superare “l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato” che diventa pasticciato (basta leggere il nuovo art. 70).
Inoltre “risparmi”, prima di miliardi poi di 500 milioni (che la Ragioneria generale dello Stato stima, invece, in 50 milioni), e ovviamente, “meno politici”, perché si ha l’“abolizione” del Senato (come affermato inizialmente per poi divenire modifica delle sue competenze) “220 parlamentari in meno”. Ma non si dice perché mantiene 630 deputati quando negli U.S.A., con 381 milioni di abitanti, sono 435.
“Riforma” e “ritardo”, nel senso che la riforma interverrebbe a distanza di molto tempo da quando ne sarebbe emersa l’esigenza. “Riforma” significa solamente cambiare senza riferimento al merito e agli effetti di ciò che si riforma, che i promotori considereranno positiva, gli oppositori totalmente o parzialmente negativa. Anche la legge di revisione costituzionale del Titolo V, varata nel 2001 in fretta e furia, fu definita con molta enfasi “riforma” dalla stessa maggioranza che oggi ne disconosce la paternità.
Anche l’“attesa da tempo” non è determinante, dal momento che non si è mai trovata una maggioranza disposta a condividere un testo. Perché, va ricordato, una Costituzione, per durare nel tempo, deve essere approvata con larga maggioranza che nel caso non c’è stata (altrimenti non sarebbe stato necessario il referendum). “La Costituzione – precisò Ruini – si rivolge direttamente al popolo e deve essere capita”, esigenza che è connotato fondamentale della democrazia. 
L’aveva richiamata Piero Calamandrei in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, ricordando, lui repubblicanissimo, lo Statuto albertino, del quale aveva sentito dire da un altro Costituente “guardate come era semplice e sobrio; ed ha servito a governare l’Italia per quasi un secolo”.

Prof. Avv. Salvatore Sfrecola
            Presidente dell'Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione

giovedì 9 giugno 2016

VERSO IL BALLOTTAGGIO...CAMBIA VENTO?

Per la lucidità dell'analisi e l'assenza di qualsivoglia acrimonia nel linguaggio e nell'esposizione fatta da  S.E. il Prof. Salvatore Sfrecola, ci pregiamo proporre ai nostri Lettori un Suo scritto pubblicato sul sito di 'Un sogno Italiano' e relativo all'imminente turno elettorale di ballottaggio.
Buona lettura!

Verso il ballottaggio
Cambia vento? A Roma e non solo
di Salvatore Sfrecola

All’indomani del primo turno delle elezioni comunali chi, nel Partito Democratico, nei ballottaggi rincorre i candidati del Movimento Cinque Stelle, come a Roma, Giachetti, o è inseguito, come a Torino, Fassino, denuncia negli avversari populismo, protesta per la protesta e genericità dei programmi. Giachetti ha ripetutamente sfidato Virginia Raggi, attestatasi al 35% dei voti, a confrontarsi con lui, con i programmi sui percorsi della metropolitana e su questa o quella linea di tram e via discorrendo. Un confronto che, denuncia il candidato del PD, prima non c’è stato, anzi sarebbe stato evitato dalla candidata del M5S.
Quel confronto forse non ci sarà. In primo luogo perché chi è in testa solitamente non accetta confronti con chi lo insegue. Inoltre sfugge a Giachetti che il confronto tra lui e Virginia Raggi non è sui programmi ma sulla sua personale credibilità come candidato e sul partito che lo esprime in relazione alla sua storia a Roma. Insomma Giachetti è, nel bene e nel male, l’erede dell’area politica che ha governato Roma negli ultimi venti anni.
“È cambiato il vento”, ha detto in apertura della sua conferenza stampa la giovane Avvocato Raggi, un vento che ha premiato, al di là delle più rosee aspettative, la novità, l’immagine della novità, forse anche solo la speranza della novità, magari non bene identificata ma che, in ogni caso, si alimenta della speranza dei cittadini romani letteralmente disgustati da anni di sprechi e ruberie che fanno la cifra dell’inefficienza dei servizi comunali e della invivibilità della città più bella del mondo, in una parola della inadeguatezza dei partiti e delle loro classi dirigenti.
Tutte queste cose la Raggi non le dice ma le fa capire, perché ha compreso che l’ipotesi del cambiamento che ha mosso la sua candidatura è stata accolta dai romani in cerca del nuovo per quel sorriso accattivante, per il tono gentile della voce che dà un’idea della fermezza e della determinazione che la sorregge. In tanti hanno condiviso l’aspettativa del nuovo. Poco conta, quindi, che non abbia indicato quanti kilometri di metropolitana vorrà costruire, se e quali linee prolungare e fino a dove. I quiriti le hanno creduto sulla parola, ispirati da quel volto sereno e sorridente che spiegava con estrema semplicità che la novità è fatta di due parole di straordinaria importanza, legalità e trasparenza, senza mai alzare la voce, neppure per sottolineare un qualche aspetto della sua offerta politica, lei abituata a modulare parole e concetti quando, di fronte ai giudici più esigenti cerca di far valere le ragioni del suo assistito. Quel giudice che si chiama cittadino romano, che in politica è certamente ben più esigente di quello in toga, si è fatto convincere immediatamente è l’ha premiata. Troppo e troppo pressante il desiderio di cambiamento, quello che, già nelle elezioni politiche, era stato condiviso da un quarto dell’elettorato.
Giachetti, c’è da esserne certi, insisterà nel richiedere un confronto ritenendo di essere il più abile con la sua consumata esperienza all’interno del Partito Democratico romano, laddove si decide come gestire le risorse del Comune, tra indennità al personale, premi di produttività (quale?), consulenze, appalti di lavori, di servizi e forniture. 
È lì, nelle pieghe del bilancio, che si sono spesso annidati gli sprechi, magari all’insaputa di sindaci e assessori circondati da clientes ai quali il più delle volte non è possibile dire di no. Non che siano sempre illeciti, ma i romani hanno deciso di cambiare pagina di cogliere quel vento che è la novità di questa fase storica nella quale, come ha scritto Peter Mair, irlandese, uno dei principali protagonisti della scienza contemporanea, i maggiori partiti registrano un calo di iscritti e di partecipazione ed anche coloro che rimangono fedeli militanti sono sfiancati nel loro entusiasmo.
Si è aperta la fase del ballottaggio. Le due settimane che ci dividono dal secondo e definitivo voto saranno anche il tempo della sperimentazione dell’approccio nuovo che la realtà suggerisce ai cittadini ed ai partiti. Questi ultimi, a sentire le parole dei loro dirigenti, non sembra abbiano capito che è finito il partito che organizza non il consenso, sulla base di idee, ma la gestione delle risorse che fanno gola alle lobby grandi e piccole degli affari. Su questo si misura il rapporto con un movimento, come quello di Virginia Raggi che si alimenta di una protesta che per troppo tempo ha covato nell’animo degli uomini i quali hanno visto sperperi e corruzione passare impuniti attraverso gli anni, spesso protetti da norme di favore. Demonizzare la protesta è sbagliato e sciocco. I fenomeni vanno compresi ed è solamente l’arroganza della “casta” a negar loro cittadinanza.
Vedremo come si atteggeranno alcuni partiti che predicano legalità e trasparenza. 
Daranno qualche indicazione? Offriranno l’aiuto alla candidata Cinque Stelle, anche se lei non la chiederà? 
Roma diventa così un grande laboratorio di idee, sospinte da quel vento che “è cambiato”, in favore della giovane che non teme le difficoltà che dovrà affrontare se siederà sullo scranno più alto del Campidoglio. 
Un primo segnale lo ha dato Matteo Salvini con la solita formula: “se votassi a Roma voterei Raggi”.

8 giugno 2016

mercoledì 30 settembre 2015

A MARGINE DELLE ELEZIONI IN CATALOGNA

Dalle pagine del sito "UN SOGNO ITALIANO" guidato dal Prof. Salvatore Sfrecola, traiamo in interessante e dettagliato articolo a firma dell'Ing. Domenico Giglio.
Un articolo che susciterà inevitabili riflessioni in chi legge, come pure inquietanti interrogativi.
Primo tra tutti, il classico qui prodest?
Buona lettura e un cordiale saluto.
 
Roma, 30 Settembre 2015                                 Giuseppe Bellantonio
 
A margine delle elezioni in Catalogna
Il trionfo dell’egoismo ed il sonno della ragione
di Domenico Giglio

         La visione dei risultati delle elezioni regionali tenutesi il 27 settembre in Catalogna, anche se i partiti separatisti non hanno raggiunto la maggioranza assoluta dei voti, essendosi fermati al 47,8%, mi ha provocato una sensazione di sconforto, se non di pena, perché nel successo degli indipendentisti non ho visto il trionfo né della libertà e della democrazia, ma il trionfo degli arrivismi (così avranno ministri, ambasciatori, posti all’ONU, alla Unesco e così via) e degli egoismi, specie fiscali e monetari, il tutto in una visione retrograda e non avveniristica della società catalana. Il sonno della ragione genera mostri, e la pena e la tristezza sono aumentate quando abbiamo visto e letto che in questo successo sono stati determinanti i giovani che invece di guardare al futuro, come dovrebbero, si sono girati verso il passato, come i dannati danteschi, che nel ventesimo canto dell’Inferno, camminano con la testa girata all’indietro “…sì che il pianto degli occhi, le natiche bagnava per lo fesso…”

Infatti alla base dell’indipendentismo vi è la non accettazione della vittoria dei Borboni, trecento anni or sono, nel 1714, nella guerra di successione spagnola e la nostalgia per un Regno della Aragona e Catalogna, che aveva avuto un ruolo importante nel Mediterraneo, con conquiste di cui Alghero ed altre località della Sardegna, sono testimonianza, ma che praticamente era cessato quando il Re Ferdinando d’ Aragona, il “Cattolico”, aveva spostato nel 1469 la Regina Isabella di Castiglia, dando così vita all’unità della penisola iberica, liberata completamente dai mussulmani, e che si lanciava nella grande avventura oceanica, con le tre caravelle di Colombo.

Ma siamo nel 2015 ed abbiamo l’ISIS ed altre forme di estremismo e terrorismo islamico, abbiamo milioni di emigranti che attraversano il Mediterraneo per raggiungere e stabilirsi in Europa, abbiamo problemi energetici ed ambientali di non facile soluzione, che già l’attuale Unione Europea di 27 stati, senza una politica unitaria. trova difficoltà a risolvere e vogliamo frammentarla ulteriormente?

Un conto è la memoria storica da tutelare, un conto sono le tradizioni da ricordare, un conto diverso è rompere unità statali, di maggiori dimensioni, più adatte ad affrontare i problemi sopra esposti ed a dialogare con gli altri stati, per creare invece uno staterello di settemilioni e cinquecentomila abitanti, che non sarebbe in grado di sostenere gli oneri di tutte queste operazioni. In Europa vi sono senza dubbio Stati numericamente minori, ma hanno dietro di loro storie unitarie di secoli, come ad esempio l’Olanda, che aveva anche un impero coloniale di grandi dimensioni, le famose Indie olandesi, oggi Indonesia, o il desiderio di libertà, come gli stati baltici, prima sottoposti al governo zarista, poi dopo un ventennio di indipendenza, sottoposti nuovamente per un cinquantennio al ben peggiore giogo sovietico. Ma questo non può applicarsi alla Catalogna, perché se è vero che molte sue istituzioni, quali ad esempio la “Generalitat” e le “Corts” ed altre forme di autonomia amministrativa erano state cancellate nel XIX e XX secolo dal centralismo madrileno e dal franchismo, con la fine dello stesso e con una rinnovata monarchia e relativa nuova Costituzione, aveva già raggiunto, insieme con le altre regioni, una struttura federale con ampie autonomie, che può essere migliorata ulteriormente senza distruggere l’unità della Spagna.

29 settembre 2015