Abbiamo ricevuto una segnalazione da parte del Dr. Antonio Ballarin – nella Sua qualità di Presidente della Federazione delle Associazioni degli Esuli Istriani, Fiumani e Dalmati - attraverso la quale si percepisce tutto lo sconcerto per un articolo apparso il 20 Dicembre 2016 sul sito del giornale 'Internazionale' e sottoscritto da ben 19 persone - intellettuali? Storici? Politici? Esperti tuttotologi di una qualche disciplina? Mah! Difficile rispondere -. Questi Egregi Signori, per qualche strana combinazione, si sono trovati solidali nel condividere un vero e proprio attacco frontale al 'GIORNO DEL RICORDO', esponendo - ovvero riesumando - tesi giustificazioniste e riduzioniste per quanti si macchiarono del sangue dei tanti Italiani barbaramente uccisi e precipitati nelle Foibe, e per quanti determinarono l'imponente esodo (e la storica ingiustizia) dei giuliano-dalmati. Ricordiamolo: le tesi negazioniste ad avviso di chi scrive valgono tanto quanto la commissione di quei crimini che pur tentano di minimizzare, occultare ovvero travisare. Costoro, tentano, con studiata ciclicità, di sondare le reazioni ai loro scritti: confidando che la soglia di attenzione e quella di vigilanza possano essersi ridotte o stemperate nel tempo. Confidano, codesti, sulla memoria corta (ma anche sul 'menefreghismo') di chi si è ormai non solo disaffezionato alla politica, ma se ne è allontanato persino come Cittadino membro del Corpo Elettorale Attivo d'Italia. Confidano, costoro, sulla rete omertosa di silenzi e complicità che - anno dopo anno - fa sparire dai testi di Storia pagine importanti del nostro passato della nostra Storia Patria. Confidano, costoro, sul fiancheggiamento di quelle parti politiche che - all'epoca, fecero una sorta di 'patto di sangue' con gli assassini di allora: traendone benefici rilevanti, circa i quali ancora non è stato sollevato il velo dei silenzi, delle omissioni, dei tentennamenti e dei veti (o ricatti) incrociati.
Negare la Shoah, negare le Foibe, negare la strage dei Cristiani, negare la strage di questa o quella minoranza, etnia o parte religiosa, nel mondo, è diventato un esercizio scellerato e squallido, esercitato da molti che spesso guadagnano per quel (di aberrante) che scrivono.
Negare l'innegabile... Che bell'esercizio, vero?
Chi scrive offre la propria solidarietà personale di Italiano, ancor prima che di uomo di cultura, e quella dell'Associazione da lui presieduta, ponendosi a fianco dei profughi di allora, delle loro Famiglie, delle Vittime.
Di questi nostri Fratelli Italiani uccisi da altri loro Fratelli, coon una barbarie con una disumanità che è rimasta nel tempo e che, oggi, ricorda quella che si consuma sui campi insanguinati della guerra alla civiltà intrapresa dai seguaci del terrore.
Di seguito, il testo della ferma e indignata replica proposta all'articolo:
Egregio Direttore,
Spettabile Redazione,
con riferimento alla “Lettera aperta sul Giorno del ricordo” pubblicata sul
sito
www.internazionale.it in data
20 dicembre 2016, chiediamo cortesemente la possibilità di replicare e di
effettuare alcune precisazioni a nome delle molteplici associazioni di esuli
istriani, fiumani e dalmati e loro discendenti, nonché degli storici e dei
ricercatori che aiutano l’associazionismo giuliano-dalmata nello svolgimento
della ricerca scientifica e della divulgazione riguardo la “complessa vicenda
del confine orientale”.
La lettera che avete pubblicato, infatti, con un repertorio di citazioni in
gran parte capziose, obsolete e superate dalla più recente storiografia, si
insinua nel filone del cosiddetto “giustificazionismo”, con accenni di
“riduzionismo” che stridono con la sintesi tutto sommato corretta ed efficace
da voi realizzata lo scorso 10 febbraio 2016: in quanto diretti interessati
dalle vicende cui è dedicato il Giorno del Ricordo, riteniamo di poterlo
affermare con maggiore autorevolezza di chi su questa storia interviene con
finalità strumentali e senza mascherare il proprio livore ideologico.
Ciascuna delle affermazioni contenute nella Lettera aperta è facilmente
confutabile ed è un esercizio retorico al quale ci siamo purtroppo abituati, in
quanto costoro da più anni vanno ripetendo le medesime argomentazioni, che poi
vengono rovesciate dalla testimonianza diretta di chi quella storia la visse
per esperienza diretta ovvero dal lavoro sine ira ac studio di storici
obiettivi.
Prima di tutto l’italianità delle terre contese fra Italia e nascente
Jugoslavia al termine della Seconda guerra mondiale risulta fuor di discussione:
il diritto internazionale ed il diritto di guerra sanciscono che annessioni
unilaterali (la provincia di Lubiana all’Italia nell’aprile 1941, l’Istria alla
Jugoslavia a metà settembre 1943 e la Zona di Operazioni Litorale Adriatico
alla Germania nell’ottobre 1943) non sono da tenere in considerazione fino alla
ratifica di un trattato di pace (il ché sarebbe avvenuto solamente nel
1947) che sancisca la conclusione dello stato di guerra e stabilisca
confini internazionalmente riconosciuti. Con riferimento alla materia in esame,
confini internazionalmente riconosciuti furono quelli stabiliti dal Trattato di
Saint-Germain (1919), dal Trattato di Rapallo (1920) e dal Trattato di Roma
(1924), in base ai quali Trieste, Gorizia, Istria, Fiume e Zara risultavano appartenenti
all’allora Regno d’Italia e tali andavano considerate dal punto di vista del
diritto fino al Trattato di Parigi del fatidico 10 febbraio 1947, entrato in
vigore il successivo 15 settembre.
Negli anni Venti e Trenta il regime mussoliniano, in continuità con quanto
impostato dallo Stato liberale sabaudo al suo arrivo in queste terre, tentò
un’opera di bonifica etnica, ma i suoi risultati furono meno catastrofici per
le comunità slovene e croate autoctone di quanto denunciato, nella misura in cui
la resistenza jugoslava ebbe modo di radicarsi fra la popolazione “alloglotta”,
le componenti slave rimasero sul territorio e resistettero all’assimilazione
dando anzi vita a reazioni armate (gruppi terroristici TIGR e Borba, attentati
a simboli di italianità e non solo a rappresentanti del regime fascista),
laddove dopo il conflitto la politica di fratellanza italo-slava sbandierata
dal regime di Tito portò, come se non fossero bastate le vittime delle due
ondate di foibe, alla sparizione di altri italiani ed all’esodo del 90% della
comunità autoctona italofona. Siccome più avanti si cerca di sminuire il peso
delle morti perpetrate dall’esercito di liberazione jugoslavo e dalle sue
quinte colonne locali contestualizzando il tutto in una prospettiva più ampia,
sarebbe invece maggiormente opportuno ricordare che contemporaneamente a questo
tentativo di snazionalizzazione il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni colpiva
altrettanto pesantemente la comunità austriaca della Slovenia settentrionale
(Domenica di sangue di Marburg/Maribor), gli italiani di Dalmazia (2.000
persone in fuga da Spalato, Ragusa, Sebenico e Traù costituirono il cosiddetto
“Esodo dimenticato”) e gli albanesi del Kosovo (progetto di trasferimento
coatto di migliaia di albanesi in Turchia).
Di certo non tutte le 1700 foibe istriane sono state usate per scaraventarvi,
spesso ancora vivi, i prigionieri torturati e sommariamente processati da parte
delle milizie facenti capo a Tito, ma non si ritiene di “aumentare l’enfasi
sensazionalistica della propaganda irredentista” se si puntualizza che invece
già nel 1941 il terreno carsico del Montenegro consentì ai partigiani jugoslavi
di gettare in alcune foibe soldati italiani (in spregio alle convenzioni di
guerra che tutelavano i prigionieri), che nel litorale dalmata esponenti di
spicco della comunità italiana furono annegati in mare e che molte operazioni
di recupero delle salme dalle foibe furono rese impossibili dalla carenza di
materiale speleologico adeguato, dall’andamento accidentato di questi inghiottitoi
e dall’avanzato stato di decomposizione dei resti umani che rendeva
irrespirabile l’aria per chi scendeva decine di metri in profondità allo scopo
di effettuare ricognizioni e recuperi. 2.500 persone forse non sono state
gettate tutte quante nella vecchia miniera di Basovizza (sicuramente un
centinaio di militi della Guardia di Finanza di Trieste che, dopo aver
combattuto il 30 aprile 1945 contro gli occupanti tedeschi nel corso
dell’insurrezione cittadina, sarebbero poi stati trucidati in quanto
rappresentanti di uno Stato italiano che si voleva cancellare dalla Venezia
Giulia), ma sicuramente fra Basovizza, Monrupino, Abisso Plutone, Corgnale ed
altri abissi della zona il quantitativo dei morti può raggiungere tale cifra.
Siffatti esercizi di contabilità mortuaria, tuttavia, sono degni dei
negazionisti dell’Olocausto che argomentano sulle cifre dei morti nelle camere
gas e nei forni crematori; a prescindere dal numero delle vittime,
l’efferatezza delle tecniche di uccisione condanna questi crimini (avvenuti a
guerra finita): persone cadute nel vuoto legate col fil di ferro ai polsi di
prigionieri precedentemente uccisi e rimaste agonizzanti in fondo alla foiba
per giorni interi prima di morire, fucilazioni e sventagliate di mitra a
colonne di prigionieri sul ciglio della foiba, cani neri buttati nella foiba al
termine di queste esecuzioni di massa in ossequio ad agghiaccianti rituali
scaramantici.
Ricondurre poi la prima ondata di uccisioni nelle Foibe istriane (avvenute
contemporaneamente alle fucilazioni di italiani consumatesi a Spalato e in
altre località della Dalmazia) ad un episodio di “jacquerie” è una tesi ormai
superata: l’opera postuma di Elio Apih “Le Foibe giuliane” (Leg, Gorizia 2010,
a cura di Roberto Spazzali) ha corroborato la chiave di lettura fornita a suo
tempo dal prof. Arnaldo Mauri e cioè che si è trattato dell’applicazione di una
metodologia repressiva sovietica già sperimentata a Katyn a danno degli
ufficiali polacchi fatti prigionieri nella campagna di settembre 1939 ed in
altri ambiti dell’Europa orientale, consistente nell’eliminazione delle figure
di riferimento di una comunità nazionale e nell’azzeramento della sua classe
dirigente, in maniera tale da lasciare i popoli in balia dei nuovi regimi
comunisti, sovente privi di un vasto consenso. Inoltre nella Venezia Giulia gli
opposti nazionalismi italiano e slavo erano stati fomentati dalle autorità
asburgiche nella fase finale dell’impero Austro-Ungarico secondo una subdola
logica del divide et impera. Le mire espansionistiche slovene e croate nei
confronti di quelle località della costa adriatica orientale in cui la
maggioranza della popolazione era italiana affondavano perciò le radici nella
seconda metà dell’Ottocento e trovarono realizzazione non con il progetto di riforma
trialista della compagine austro-ungarica a beneficio della componente slava,
bensì dietro la bandiera rossa che l’esercito di Tito ostentava. Gli italiani
che furono partecipi delle violenze a danno dei propri connazionali confermano
il carattere di guerra civile che la Resistenza assunse ed in tale contesto
avevano anteposto l’adesione ideologica al comunismo all’appartenenza nazionale
(esempio più eclatante il massacro a Porzus da parte di gappisti delle Brigate
Garibaldi – Natisone dei partigiani “bianchi” contrari all’espansionismo
jugoslavo in territori abitati a maggioranza da italiani), laddove i loro
“compagni” jugoslavi strumentalizzarono il comunismo con finalità nazionaliste.
Il nazionalcomunismo titoista incarnò, infatti, un progettò imperialista degli
slavi del sud latente da tempo e che rivendicava territori in cui vi erano
presenze slave (Carinzia austriaca e Friuli Venezia Giulia italiano) nonché la
trasformazione degli Stati confinanti balcanici (Albania, Bulgaria e Grecia) in
satelliti di Belgrado, andando così a ledere la supremazia sovietica
nell’Europa orientale sancita dagli accordi di Yalta fra le grandi potenze
vincitrici della Seconda guerra mondiale. In questo progetto espansionista
affondano le radici della rottura Tito-Stalin del 1948, ma le mire egemoniche
titine così come gran parte delle epurazioni compiute a guerra finita rimasero
sconosciute grazie alla spregiudicata politica estera del dittatore croato che
di fatto, pur militando nelle logiche della Guerra Fredda fra i cosiddetti
“Paesi Non allineati”, si rivelò un prezioso interlocutore per il blocco
occidentale che quindi silenziò qualunque ricerca e denuncia inerente le sue
vessazioni.
Che poi a guerra finita anche nel resto d’Italia vi siano stati episodi di
giustizia sommaria e rese dei conti, non sminuisce certo l’impatto della
tragedia rappresentata da foibe, deportazioni e campi di concentramento
jugoslavi, anzi, dimostra la necessità di approfondimento, analisi e raccolta
di testimonianze rilasciate da superstiti o loro congiunti. Il
giustificazionismo che interpreta le foibe come risposta a violenze italiane
(gran parte delle quali, per quanto odiose, attuate in tempo di conflitto ed
applicando le leggi di guerra all’epoca vigenti ed alle quali si attenevano tutte
le potenze belligeranti nelle forme di rappresaglie, campi di internamento e
uso di ostaggi) non ha ragion d’essere in una comunità internazionale che si
vorrebbe regolamentata dal diritto e dal senso di giustizia come quella che i
vincitori della Seconda guerra mondiale intendevano istituire sulle macerie
delle dittature sconfitte. Il carattere eccezionale delle stragi di italiani e
di oppositori slavi del progetto totalitario di Tito risiede proprio nella
coltre di silenzio che le ha avvolte per decenni, tanto da rendere necessaria
l’istituzione di una Giornata del Ricordo dedicata a queste vittime.
I partigiani che “entrarono a Trieste nel maggio 1945” rappresentano altresì
un’invasione e annichilirono i partigiani del Comitato di Liberazione Nazionale
di Trieste, i quali nel capoluogo giuliano non sono dovuti entrare, in quanto
già c’erano, avendo realizzato l’insurrezione cittadina il 30 aprile 1945 per
effetto della quale la guarnigione tedesca era stata già costretta ad
asserragliarsi in alcuni presidi e la città era stata liberata. Nei successivi
Quaranta giorni la violenza nei confronti degli italiani aumentò indubbiamente
e a questo si riferiva l’articolo del 10 febbraio scorso, senza nulla togliere
a quanto sofferto da partigiani, ebrei ed antifascisti ad opera dei tedeschi e
dei loro collaborazionisti. Le efferatezze consumatesi nel campo di
internamento della Risiera di San Sabba rientrano nelle commemorazioni del
Giorno della Memoria dedicate allo sterminio perpetrato nell’arcipelago concentrazionista
nazista, i crimini del fascismo hanno la loro sanzione nella Festa della
Liberazione, il Giorno del Ricordo è il momento in cui l’italianità
giuliano-dalmata chiede di ricordare le proprie vittime ed un momento di
raccoglimento per commemorare le violenze che ha subito: negare, giustificare e
ridimensionare quanto patito costituisce una nuova forma di violenza.
Nella pluralità di voci e di firme che dovrebbero dar vita allo speciale de
L’Internazionale che i firmatari della lettera aperta auspicano, chiediamo che
vi sia spazio anche per la testimonianza degli esuli che in prima persona
vissero la tragedia dell’esodo, in maniera tale da confutare le ciniche e
disumane interpretazioni che sono state qui date alla scelta di esodare. In
questa maniera si potrebbe capire quanto doloroso sia stato quel distacco,
quanto nessuno si immaginasse di abbandonare la miseria per andare nel paese di
Bengodi, quanto la sotterranea finalità di nuocere all’economia jugoslava
(dietrologia pura!) fosse assente nelle famiglie intere che abbandonavano una
terra in cui erano radicati da generazioni. Il Presidente del Consiglio De
Gasperi ed il CLN dell’Istria cercarono in tutti i modi di frenare questa
emorragia, l’uno perché confidava in successivi aggiustamenti confinari e per
non trovarsi a gestire l’emergenza umanitaria di decine di migliaia di profughi
nella disastrata Italia dell’immediato dopoguerra (i 109 Centri Raccolta
Profughi furono la improvvisata e dolorosa risposta a questa crisi), l’altro
perché auspicava un plebiscito che consentisse alla popolazione di esprimere
liberamente la propria appartenenza statuale coerentemente al principio di
autodeterminazione dei popoli. È addirittura oltraggioso sostenere che 350.000
persone di ogni estrazione politica e sociale abbiano abbandonato le proprie
case lusingati da fantomatiche rosee prospettive economiche, laddove con i loro
beni abbandonati e poi nazionalizzati dal regime di Belgrado lo Stato italiano
saldò, contravvenendo alle disposizioni del trattato di pace, parte delle
riparazioni dovute alla Jugoslavia ed ancora non ha corrisposto un equo
indennizzo agli esuli ed ai loro discendenti. La verità è che in Istria e a
Fiume il governo militare jugoslavo, in attesa delle decisioni della conferenza
di pace, aveva diffuso un clima intimidatorio, perseguitava le manifestazioni
di italianità, continuava a far sparire nel nulla i punti di riferimento della
comunità italiana e procedeva ad un’annessione strisciante di queste terre,
travalicando le caratteristiche di provvisorietà che un Governo Militare
dovrebbe avere (garantire l’ordine pubblico e la sicurezza in attesa di una
sistemazione definitiva),. I gerarchi di Tito e l’OZNA, la sua polizia segreta,
avevano invece operato dal maggio 1945 all’inverno 1946-’47 per diffondere un
clima di terrore nella popolazione italiana (episodi più eclatanti furono il
martirio in odium fidei del beatificato Don Bonifacio e l’attentato dinamitardo
di Vergarolla, compiuto in zona di pertinenza angloamericana, con oltre 100
morti e decine di feriti) con il dichiarato intento di farla allontanare: « […]
Ricordo che nel 1946 io [Milovan Ðilas, ndr] ed Edward Kardelj andammo in
Istria a organizzare la propaganda anti-italiana. Gli italiani erano la
maggioranza solo nei centri abitati e non nei villaggi. Ma bisognava indurre
gli italiani ad andare via con pressioni d’ogni tipo. Così fu fatto»
(intervista al periodico Panorama del luglio 1991).
Coerentemente allo spirito della legge istitutiva del Giorno del Ricordo, le
associazioni degli Esuli istriani, fiumani e dalmati si impegnano oggi affinché
questi drammi vengano portati alla conoscenza di tutti senza discriminazioni e
distinguo e per il riconoscimento di questa tragedia al pari delle altre grandi
catastrofi del Secolo breve. D’altro canto hanno avviato da sette anni un
proficuo tavolo di lavoro con il Ministero dell’Istruzione, Università e
Ricerca che ha portato alla realizzazione di concorsi scolastici e di seminari
di aggiornamento per i docenti tenuti da insegnanti universitari e storici
qualificati. In concomitanza con il Giorno del ricordo 2016 la rivista Storia
In Rete ha dedicato un numero monografico alla storia del confine orientale
italiano, coinvolgendo storici che da tempo collaborano con le associazioni
dell’esodo giuliano-dalmata e la trasmissione televisiva Terra ha realizzato
uno speciale, sicché altrettanto interessante potrebbe essere un
approfondimento de L’Internazionale, ma, come sopravvissuti e testimoni della
Shoah vengono interpellati in occasione del Giorno della Memoria ed i tentativi
revisionisti o negazionisti vengono silenziati, così anche la comunità degli
esuli chiede rispetto per i propri lutti, empatia per le proprie sofferenze e
assenza di livore e di velleità giustificazioniste nelle ricerche storiche che
li riguardano da vicino.
Lorenzo Salimbeni – ricercatore storico
Davide Rossi – Università degli Studi di Trieste
Antonio Ballarin – Federazione delle Associazioni degli Esuli istriani, fiumani
e dalmati
Lucia Bellaspiga – giornalista inviata speciale de “Avvenire”
Jan Bernas – giornalista e scrittore
Manuele Braico – Associazione delle Comunità Istriane
Guido Cace – Associazione Nazionale Dalmata
Renzo Codarin – Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia
Giuseppe de Vergottini – Coordinamento Adriatico
Viviana Facchinetti – giornalista e scrittrice
Fabio Lo Bono – giornalista e scrittore
Michele Pigliucci – Comitato 10 Febbraio
Alessandro Quadretti – regista
Paolo Radivo – direttore de “L’Arena di Pola”
Paolo Sardos Albertini – Presidente della Lega Nazionale e del Comitato
Onoranze ai Martiri delle Foibe
Giorgio Federico Siboni – Università degli Studi di Milano
Tito Lucio Sidari – Libero Comune di Pola in Esilio