Visualizzazione post con etichetta 25 Luglio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 25 Luglio. Mostra tutti i post

martedì 15 ottobre 2013

... A PROPOSITO DEL 25 LUGLIO 1943

Su cortese disponibilità del Prof. Salvatore Sfrecola, qui riprendiamo un Suo autorevole intervento apparso sul blog de "Un Sogno Italiano", certi dell'interesse dei Leoori di questo blog.
Buona Lettura, dunque!

Sempre a proposito del 25 luglio 1943

La “congiura” del Quirinale

di Salvatore Sfrecola

È giunto nelle librerie da pochi giorni, con la prefazione di Francesco Perfetti, un prezioso volumetto, in tutto 80 pagine, “La congiura del Quirinale” di Enzo Storoni (Il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, € 10) che offre un interessante spaccato degli avvenimenti che precedettero la riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, la successiva uscita di scena, il 25, di Benito Mussolini e la fine del Regime. Il titolo richiama quello di un articolo che Storoni aveva pubblicato il 7 maggio 1949 su Il Mondo di Mario Pannunzio, ma il pezzo forte del volume sta nel Memoriale, inedito, scritto fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ingresso a Roma degli alleati il 4 giugno 1944.

Per Storoni si può affermare “senza tema di smentite che artefice unica del colpo di stato sia stata la monarchia”. Anche se non mancano, prova dell’onestà intellettuale dell’uomo, pur fedelissimo al Re, critiche a Vittorio Emanuele III per il pregresso suo atteggiamento nei confronti del fascismo e riserve sulla conduzione di quello che ormai è assodato sia stato un complotto della Corona nei confronti del Duce.

Storoni, avvocato, poi deputato liberale, per entrambi i profili “figlio d’arte” (il padre Emilio era stato un brillante civilista), futuro sottosegretario, aveva conosciuto per motivi professionali il duca Pietro d’Acquarone e ne era divenuto legale di fiducia, ciò che gli avrebbe consentito di entrare in confidenza con lui e di affrontare temi politici quando d’Acquarone divenne Ministro della Real Casa. Ex ufficiale di cavalleria, brillante personalità legata alla Corte, d’Acquarone si apre a Storoni che gli manifesta le aspettative degli intellettuali antifascisti, in particolare di Alessandro Casati e Ivanoe Bonomi, già presidente del Consiglio, che il duca riceve e fa ricevere dal Re.

Non è facile. Nel clima di sospetto ingenerato dalla dittatura e dai controlli diffusi posti in essere dal regime, d’Acquarone prima stenta a comprendere come possano gli antifascisti dirsi certi di un sentire antiregime degli italiani che numerosissimi si erano accalcati sotto il balcone di Palazzo Venezia all’indomani della caduta di Tunisi.

Storoni convince d’Acquarone che quella folla non esprimeva vero consenso nei confronti del regime, che Mussolini ormai aveva perduto “la sensibilità dello stato d’animo della masse”. Aggiungendo che “forse era il suo decadimento fisico e spirituale che lo portava, nel momento più difficile della vita, a circondarsi di persone sempre meno degne che spingevano l’adulazione ai limiti del grottesco: sempre più isolato, sentiva vagamente l’ostilità montante dell’intero paese, l’opposizione crescente in seno allo stesso partito; per evitare di udire e di vedere, si faceva schermo di una cerchia ristretta di cortigiani”.

Sono gli argomenti di Dino Grandi nella requisitoria a sostegno del suo ordine dei giorno il 24 a Palazzo Venezia.

Per Storoni la monarchia costituisce l’“unico potere in grado di agire legalmente, fornito di indiscutibile ascendente sull’esercito, per ottenere l’abolizione del fascismo e la costituzione di un governo antifascista, che ripudiasse senz’altro la guerra di partito in cui l’Italia era stata trascinata”. D’altra parte al Re giungevano giornalmente migliaia di lettere che davano conto del diffuso malcontento nei confronti del regime.

Con il duca d’Acquarone, dunque, “l’unico intermediario tra la corona e il mondo esterno”, Storoni avvia un dialogo che sorregge con promemoria vari destinati al Re per formulare ipotesi sulla uscita di scena di Mussolini. Osserva l’A. come sarebbe stato difficile, senza il sostegno del Re, che “uomini, i quali per tanti anni avevano prostituito la loro coscienza in una serie di acquiescenze, connivenze, equilibrismi, malversazioni, adulazioni, una volta giunti all’apice della ricchezza e degli onori, abbiano ritrovato quel senso del dovere civico che non avevano mai dimostrato di possedere”. Giudizio duro certamente riferibile alla maggioranza dei componenti del Gran Consiglio non a quanti avevano nel tempo messo in guardia il Duce sull’errore dell’alleanza con il tedesco. Come Grandi, De Marsico, De Stefani, Federzoni. Lo stesso Ciano aveva manifestato in più occasioni preoccupazioni per una alleanza storicamente innaturale, a fronte della ”tradizionale amicizia” verso l’Inghilterra.

Storoni qualifica “colpo di stato” la sostituzione di Mussolini alla guida del governo, come altri giuristi hanno sostenuto. Ma non ne spiega le ragioni sul piano costituzionale un po’ contraddicendosi, avendo attribuito alla votazione del Gran Consiglio la caduta del regime, in quanto “costituzionalmente sanzionava l’allontanamento di Mussolini”. Il quale, in ogni caso, avrebbe presentato al Re le proprie dimissioni, nel corso dell’incontro con il Sovrano quel pomeriggio del 25 luglio a Villa Savoia.

Prezioso, dunque, il Memoriale di Storoni, un tassello fondamentale per la comprensione di un drammatico passaggio storico che avrebbe avuto un seguito ancora controverso l’8 settembre, alla comunicazione dell’armistizio, e successivamente con l’occupazione di gran parte dell’Italia da parte delle forze armate tedesche decise, su ordine di Hitler, a farla pagare ai “traditori” italiani. Un intento che costerà caro anche al Terzo Reich per aver distolto da altri fronti truppe eccellenti che avrebbero potuto essere meglio impiegate altrove.

Il dopo 8 settembre, dunque, è ancora un tema da approfondire.


----------------------------------------
Disclaimer 1

L'autore nonché titolare dei diritti e dei doveri relativi alla gestione di questo blog rende noto a tutti gli effetti di Legge quanto segue:
1) tutti i diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Ai sensi dell'art. 65 della Legge 22 Aprile 1941 n° 633, è vietata la riproduzione e/o diffusione totale o parziale - sotto qualsivoglia forma - senza che vengano citati il nome dell'autore e/o la fonte ancorché informatica.
2) E' vietato trarre copie e/o fotocopie degli articoli/interventi contenuti nel presente blog - con qualsiasi mezzo e anche parzialmente - anche per utilizzo strettamente personale/riservato.
 
Disclaimer 2
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. I commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla privacy, potranno essere rimossi senza che per ciò vi sia l'esigenza di prendere contatto anche preventivo con gli autori. Nel caso in cui in questo blog siano inseriti testi o immagini tratti dal web, ciò avviene considerandoli di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione fosse tutelata da possibili quanto eventuali diritti d'autore, gli interessati sono pregati di comunicarlo via e-mail al recapito giuseppebellantonio@infinito.it al fine di procedere alla opportune rettifiche previa verifica della richiesta stessa. L'autore del blog non è responsabile della gestione dei siti collegati tramite eventuali link né dei loro contenuti, entrambi suscettibili di variazioni nel tempo.
Oltre ciò - specie per le parti informative a contenuto storico e/o divulgativo - i Lettori, ovvero quanti comunque interessati alla materia, che possano ritenere ciò utile e opportuno, potranno suggerire delle correzioni e/o far pervenire qualche proposta. Proposte che saremo lieti di valutare ed elaborare.   

 
 

lunedì 2 settembre 2013

UN NUOVO INTERVENTO DEL PROF. SFRECOLA SUL 25 LUGLIO

 Ai Lettori del mio blog.
Ho avuto il piacere di leggere - e segnalare - il precedente articolo a firma dell'Ill. Prof. Salvatore Sfrecola, apparso su www.unsognoitaliano.it , e relativo alla fatidica data del 25 Luglio.
A quel primo articolo, l'Illustre Autore, con quello scrupolo che é congeniale  a chi al proprio estro coniuga la ricerca, ha aggiunto un interessante capitolo.
Per le chiavi di lettura offerte al Lettore e per il rigore dei fatti riportati, mi sono permesso di chiedere nuovamente all'Autore di poterne trarre copia, mettendone così a conoscenza un novero ancora maggiore di Lettori.
Sono certo che lo leggerete con attenzione, godendone dei nuovi e inconsueti spunti.
Graie e buona lettura!
 
-------------------------------------
 
Sempre a proposito del 25 luglio 1943

La “congiura” del Quirinale

di Salvatore Sfrecola

 

È giunto nelle librerie da pochi giorni, con la prefazione di Francesco Perfetti, un prezioso volumetto, in tutto 80 pagine, “La congiura del Quirinale” di Enzo Storoni (Il salotto di Clio, Le Lettere, Firenze, € 10) che offre un interessante spaccato degli avvenimenti che precedettero la riunione del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio, la successiva uscita di scena, il 25, di Benito Mussolini e la fine del Regime. Il titolo richiama quello di un articolo che Storoni aveva pubblicato il 7 maggio 1949 su Il Mondo di Mario Pannunzio, ma il pezzo forte del volume sta nel Memoriale, inedito, scritto fra l’armistizio dell’8 settembre 1943 e l’ingresso a Roma degli alleati il 4 giugno 1944.

Per Storoni si può affermare “senza tema di smentite che artefice unica del colpo di stato sia stata la monarchia”. Anche se non mancano, prova dell’onestà intellettuale dell’uomo, pur fedelissimo al Re, critiche a Vittorio Emanuele III per il pregresso suo atteggiamento nei confronti del fascismo e riserve sulla conduzione di quello che ormai è assodato sia stato un complotto della Corona nei confronti del Duce.

Storoni, avvocato, poi deputato liberale, per entrambi i profili “figlio d’arte” (il padre Emilio era stato un brillante civilista), futuro sottosegretario, aveva conosciuto per motivi professionali il duca Pietro d’Acquarone e ne era divenuto legale di fiducia, ciò che gli avrebbe consentito di entrare in confidenza con lui e di affrontare temi politici quando d’Acquarone divenne Ministro della Real Casa. Ex ufficiale di cavalleria, brillante personalità legata alla Corte, d’Acquarone si apre a Storoni che gli manifesta le aspettative degli intellettuali antifascisti, in particolare di Alessandro Casati e Ivanoe Bonomi, già presidente del Consiglio, che il duca riceve e fa ricevere dal Re.

Non è facile. Nel clima di sospetto ingenerato dalla dittatura e dai controlli diffusi posti in essere dal regime, d’Acquarone prima stenta a comprendere come possano gli antifascisti dirsi certi di un sentire antiregime degli italiani che numerosissimi si erano accalcati sotto il balcone di Palazzo Venezia all’indomani della caduta di Tunisi.

Storoni convince d’Acquarone che quella folla non esprimeva vero consenso nei confronti del regime, che Mussolini ormai aveva perduto “la sensibilità dello stato d’animo della masse”. Aggiungendo che “forse era il suo decadimento fisico e spirituale che lo portava, nel momento più difficile della vita, a circondarsi di persone sempre meno degne che spingevano l’adulazione ai limiti del grottesco: sempre più isolato, sentiva vagamente l’ostilità montante dell’intero paese, l’opposizione crescente in seno allo stesso partito; per evitare di udire e di vedere, si faceva schermo di una cerchia ristretta di cortigiani”.

Sono gli argomenti di Dino Grandi nella requisitoria a sostegno del suo ordine dei giorno il 24 a Palazzo Venezia.

Per Storoni la monarchia costituisce l’“unico potere in grado di agire legalmente, fornito di indiscutibile ascendente sull’esercito, per ottenere l’abolizione del fascismo e la costituzione di un governo antifascista, che ripudiasse senz’altro la guerra di partito in cui l’Italia era stata trascinata”. D’altra parte al Re giungevano giornalmente migliaia di lettere che davano conto del diffuso malcontento nei confronti del regime.

Con il duca d’Acquarone, dunque, “l’unico intermediario tra la corona e il mondo esterno”, Storoni avvia un dialogo che sorregge con promemoria vari destinati al Re per formulare ipotesi sulla uscita di scena di Mussolini. Osserva l’A. come sarebbe stato difficile, senza il sostegno del Re, che “uomini, i quali per tanti anni avevano prostituito la loro coscienza in una serie di acquiescenze, connivenze, equilibrismi, malversazioni, adulazioni, una volta giunti all’apice della ricchezza e degli onori, abbiano ritrovato quel senso del dovere civico che non avevano mai dimostrato di possedere”. Giudizio duro certamente riferibile alla maggioranza dei componenti del Gran Consiglio non a quanti avevano nel tempo messo in guardia il Duce sull’errore dell’alleanza con il tedesco. Come Grandi, De Marsico, De Stefani, Federzoni. Lo stesso Ciano aveva manifestato in più occasioni preoccupazioni per una alleanza storicamente innaturale, a fronte della ”tradizionale amicizia” verso l’Inghilterra.

Storoni qualifica “colpo di stato” la sostituzione di Mussolini alla guida del governo, come altri giuristi hanno sostenuto. Ma non ne spiega le ragioni sul piano costituzionale un po’ contraddicendosi, avendo attribuito alla votazione del Gran Consiglio la caduta del regime, in quanto “costituzionalmente sanzionava l’allontanamento di Mussolini”. Il quale, in ogni caso, avrebbe presentato al Re le proprie dimissioni, nel corso dell’incontro con il Sovrano quel pomeriggio del 25 luglio a Villa Savoia.

Prezioso, dunque, il Memoriale di Storoni, un tassello fondamentale per la comprensione di un drammatico passaggio storico che avrebbe avuto un seguito ancora controverso l’8 settembre, alla comunicazione dell’armistizio, e successivamente con l’occupazione di gran parte dell’Italia da parte delle forze armate tedesche decise, su ordine di Hitler, a farla pagare ai “traditori” italiani. Un intento che costerà caro anche al Terzo Reich per aver distolto da altri fronti truppe eccellenti che avrebbero potuto essere meglio impiegate altrove.

Il dopo 8 settembre, dunque, è ancora un tema da approfondire.

-----------------------------------

Disclaimer 1L'autore nonché titolare dei diritti e dei doveri relativi alla gestione di questo blog rende noto a tutti gli effetti di Legge quanto segue:
1) tutti i diritti di proprietà artistica e letteraria sono riservati. Ai sensi dell'art. 65 della Legge 22 Aprile 1941 n° 633, è vietata la riproduzione e/o diffusione totale o parziale - sotto qualsivoglia forma - senza che vengano citati il nome dell'autore e/o la fonte ancorché informatica.
2) E' vietato trarre copie e/o fotocopie degli articoli/interventi contenuti nel presente blog - con qualsiasi mezzo e anche parzialmente - anche per utilizzo strettamente personale/riservato.

Disclaimer 2
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n° 62 del 7.03.2001. L'autore non è responsabile per quanto pubblicato dai lettori nei commenti ad ogni post. I commenti ritenuti offensivi o lesivi dell’immagine o dell’onorabilità di terzi, di genere spam, razzisti o che contengano dati personali non conformi al rispetto delle norme sulla privacy, potranno essere rimossi senza che per ciò vi sia l'esigenza di prendere contatto anche preventivo con gli autori. Nel caso in cui in questo blog siano inseriti testi o immagini tratti dal web, ciò avviene considerandoli di pubblico dominio; qualora la loro pubblicazione fosse tutelata da possibili quanto eventuali diritti d'autore, gli interessati sono pregati di comunicarlo via e-mail al recapito giuseppebellantonio@infinito.it al fine di procedere alla opportune rettifiche previa verifica della richiesta stessa. L'autore del blog non è responsabile della gestione dei siti collegati tramite eventuali link né dei loro contenuti, entrambi suscettibili di variazioni nel tempo.
Oltre ciò - specie per le parti informative a contenuto storico e/o divulgativo - i Lettori, ovvero quanti comunque interessati alla materia, che possano ritenere ciò utile e opportuno, potranno suggerire delle correzioni e/o far pervenire qualche proposta. Proposte che saremo lieti di valutare ed elaborare.   

domenica 28 luglio 2013

IL PROF. SALVATORE SFRECOLA PROPONE UN'IMPORTANTE ANALISI SUL 25 LUGLIO

Ai Lettori del mio blog.
Ho avuto il piacere di leggere l'articolo odierno a firma dell'Ill. Prof. Salvatore Sfrecola, apparso su www.unsognoitaliano.it .
Per i suoi contenuti, per le chiavi di lettura offerte al Lettore, per l'obiettività e il rigore storico che lo contraddistingue, mi sono permesso di chiedere all'Autore di poterne trarre copia, mettendone a conoscenza un novero ancora maggiore di Lettori.
Sono certo che lo leggerete con attenzione, godendone gli spunti inconsueti.
Graie e buona lettura!
-------------------------------------

Evidente e determinante il ruolo del Re

25 luglio la caduta del regime

di Salvatore Sfrecola

“La crisi del regime”, come l’avrebbe definita Benito Mussolini intorno alle 3 del 25 luglio, nell’abbandonare la sala del Gran Consiglio, si era consumata nella nottata, quando il dibattito aveva messo in evidenza un ampio consenso sul testo dell’ordine del giorno del Presidente della Camera, Dino Grandi, durissimo nei confronti del Duce. Chiedeva l’“immediato ripristino di tutte le funzioni statali, attribuendo alla Corona, al Gran Consiglio, al governo, al parlamento, alle Corporazioni, i compiti e le responsabilità stabilite dalle nostre leggi statutarie costituzionali”. Per Grandi “il popolo italiano fu tradito da Mussolini il giorno in cui l’Italia ha cominciato a germanizzare. È quest’uomo che ci conduce sulla scia di Hitler; egli abbandonò la via di una leale e sincera collaborazione con l’Inghilterra, e ci ha ingolfati in una guerra che è contro l’onore, gli interessi e i sentimenti del popolo italiano”.

Mussolini, secondo testimonianze univoche, non reagisce. “Il Duce è stanco” – scrive Alberto De Stefani, economista, ministro, autore della riforma dell’amministrazione, in Gran Consiglio ultima seduta, da pochi giorni nelle librerie con una prefazione di Francesco Perfetti (Le Lettere, Firenze), uno dei protagonisti della seduta. “S’abbandona sul suo scranno per cercarvi un sostegno al suo abbandono”. Tutti notano questo atteggiamento rinunciatario. E ne scriveranno suggerendo varie interpretazioni. Per i più è come se avesse la consapevolezza di essere arrivato al capolinea. Che le manchevolezze dell’azione militare, che denuncia ripetutamente e impietosamente nelle quasi due ore del suo intervento, sono a lui addebitabili, quale responsabile della conduzione delle operazioni sul campo e per essere stato per due decenni ministro della guerra senza rinnovare soprattutto l’Esercito, entrato nel conflitto con il fucile ’91 (che significa 1891!), l’armamento della prima guerra mondiale! E sì che proprio Grandi, reduce dall’esperienza di Ambasciatore a Londra, aveva ripetutamente segnalato al Duce l’elevato livello degli armamenti inglesi e lo spirito combattivo di quel popolo che Mussolini insisteva a svilire, fino a definire quello di Sua Maestà l’ultimo esercito del mondo, al punto che Winston Churchill, annunciando alla Camera dei comuni la fine delle ostilità con l’Italia, avrebbe ironicamente affermato che “l’ultimo esercito del mondo ha battuto il penultimo”.

Non è solo la conduzione delle operazioni militari sullo sfondo della riunione del Gran Consiglio, organo del Partito Fascista costituzionalizzato nel 1928 con funzioni consultive del Governo, ignorato da anni (non si riuniva dal 1939) anche al momento dell’entrata in guerra. Infatti De Stefani scrive che “le prerogative del Gran Consiglio gli erano state sottratte dal suo stesso fondatore”.

L’ordine del giorno Grandi ha un taglio politico-istituzionale inequivocabile, a cominciare da quell’invito pressante al ritorno alla legalità costituzionale che il Presidente della Camera, una delle personalità più autorevoli e popolari del regime, al punto da essere indicato come successore di Mussolini, e che era stato il motivo dominante della sua azione politica nell’ambito del regime fascista, anche da Ministro degli esteri e Guardasigilli. Grandi oppone – ricorda De Stefani – alla “mistica della cieca obbedienza” la “mistica della legalità che è presidio spirituale e istituzionale della giustizia tra gli uomini e della loro eguaglianza giuridica”. E, pertanto, chiede l’abolizione del regime totalitario, il ritorno alla Costituzione e la restituzione di tutti i diritti parlamentari e delle prerogative della Corona. Il Presidente della Camera non dà tregua al Duce: “voi credete ancora di avere la devozione del popolo italiano? La perdeste il giorno che consegnaste l’Italia alla Germania. Vi credete un soldato: lasciatevi dire che l’Italia fu rovinata il giorno in cui vi metteste i galloni di maresciallo. Vi sono già centinaia di migliaia di madri che dicono: Mussolini ha assassinato mio figlio”.

Anche De Stefani nel suo diario si rivolge direttamente a Mussolini. “Che cosa vi domandiamo? Il ritorno al rispetto delle leggi, alla loro libera applicazione … Il contrasto tra il partito e lo Stato come è da noi concepito è sempre più profondo ed esso è la causa della scissione tra il fascismo e la Nazione, per cui essa considera il fascismo una struttura parassitaria e fonte di arbitrio”.

Con Grandi voteranno “sì” in 19 (Acerbo, Albini, Alfieri, Balella, Bastianini, Bignardi, Bottai, Cianetti, Ciano, De Bono, De Marsico, De Stefani, De Vecchi, Federzoni, Gottardi, Marinelli, Pareschi e Rossoni). 7 i “no” degli irriducibili (Biggini, Buffarini Guidi, Frattari, Galbiati, Polverelli, Scorza e Tringali Casanova). Suardo si astiene. Farinacci avrebbe votato il proprio ordine del giorno se Mussolini non avesse chiuso la discussione.

Gli storici s’interrogano ancora, cercando di comprendere come e da chi sia stato preparato l’evento, ed anche sul rilievo costituzionale delle scelte del Sovrano, in quel pomeriggio del 25 luglio, a Villa Savoia, quando il Re accetta le dimissioni, spontanee, va sottolineato, del Duce e conferisce l’incarico di formare il governo al Maresciallo Pietro Badoglio. Anzi l’aveva già conferito.

Per tutta la giornata venne mantenuto uno strettissimo riserbo su quanto accaduto. Solo alle 22,45 la radio trasmette il comunicato, stringatissimo, come d’uso: “Sua Maestà il Re e Imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, presentate da S.E. il Cavaliere Benito Mussolini, e ha nominato Capo del Governo, Primo ministro e Segretario di Stato, S.E. il Cavaliere Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio”.

Fu una forzatura costituzionale? Per qualcuno fu addirittura un colpo di stato, preparato e condotto in porto da Vittorio Emanuele III. Accuratamente preparato, ormai non ci sono dubbi, probabilmente da due o tre anni, dalla Corona alla quale i “congiurati” intendevano restituire non soltanto il Comando delle Forze Armate ma anche le prerogative statutarie che il Regime aveva compresso sistematicamente.

Per il Re la sua azione è legittimata dall’ordinamento statutario. Egli, in tal modo, “tende a ricondurre l’esperienza fascista all’interno del quadro costituzionale albertino, negando che il Ventennio abbia potuto annullarlo completamente” (P. Colombo, Storia costituzionale della monarchia italiana, Laterza, Bari, 2001, 113)

L’antecedente più immediato è l'udienza del Re al Presidente della Camera il 4 giugno 1943 (il 22 luglio Grandi avrebbe incontrato prima Ciano, a casa di Bottai, poi lo stesso Mussolini). Nell’occasione Vittorio Emanuele, da sempre ligio alle regole costituzionali, suggerì a Grandi di provocare un voto del Parlamento o del Gran Consiglio per lui base legale necessaria per deporre Mussolini. Ciò che solo il Re poteva fare una volta ripristinati i poteri statutari. Sintomatico il rinvio all’art. 5 dello Statuto Albertino, la Carta costituzionale del Regno.

La scelta in questo senso è chiarissima nel documento Grandi. Essa è inglobata nell’ordine del giorno di un organo costituzionale, il Gran Consiglio. Nel colloquio con Grandi Vittorio Emanuele aveva affermato: “sono un Re costituzionale e so perfettamente che il Parlamento non è in grado di funzionare: ma, ciò nonostante, una qualche indicazione mi occorre che mi venga da organi dello Stato e del Paese, in modo inequivoco e certo” (Bianchi, Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio crollo di un regime, Mursia, Milano, 1972, 349). Con la conseguenza che alla luce di quella votazione va valutata anche la decisione del Re di incaricare di formare il Governo il Maresciallo Badoglio, senza che fosse sentito il Gran Consiglio, come prevedeva la legge istitutiva. Procedura che ha fatto dire a taluno che Vittorio Emanuele III avrebbe compiuto un vero e proprio colpo di stato. Conclusione affrettata, sostenuta da giuristi antifascisti, comunque antimonarchici, nonostante in regime di statuto flessibile la caduta, per votazione dell’organo supremo del regime, degli istituti tipici di esso dovesse travolgere, nel quadro di un’emergenza costituzionale, il Fascismo e le leggi che lo sostenevano.

Non c’è dubbio, infatti, che le modifiche apportate con legislazione ordinaria all’impianto statutario trovavano comunque un limite nell’essenza stessa della monarchia costituzionale. Come nel caso della successione al trono sul quale il Gran Consiglio si sarebbe dovuto pronunciare, in contrasto con la legge salica, richiamata dall'art. 2 dello Statuto del Regno.

Chi fu il motore della “congiura”? Una iniziativa che parte da lontano, si è detto, immaginata in vari modi d’intesa con il Re che, secondo testimonianze non equivoche, da tempo meditava di allontanare il “collega” Primo Maresciallo dell’Impero, con il quale non sopportava di condividere quel grado che, per definizione, doveva essere unico, rendeva visibile quella “diarchia” che ledeva le prerogative costituzionali del Re ed il quadro istituzionale della Monarchia parlamentare. Ad esempio la legge 24 dicembre 1925, n. 2263, modifica l’impianto statutario secondo il quale “al Re solo appartiene il potere esecutivo” (art. 5) stabilendo che “il potere esecutivo è esercitato dal Re per mezzo del suo Governo”, introduce la figura del “primo ministro” e gli attribuisce la qualifica di “capo del governo”. Una norma dalla quale i giuristi fascisti giungono alla conclusione che “il governo non comprende il re e corrisponde piuttosto all’organo tramite il quale la Corona esercita la funzione esecutiva; essere capo dell’esecutivo, dunque, non significa essere capo del governo” (P. Colombo, Storia costituzionale, cit. 97). “Si assiste, in sostanza, ad un rovesciamento della logica della controfirma ministeriale: qui sembra essere il re a “controfirmare” gli atti dei ministri, piuttosto che viceversa” (ivi).

A proposito del grado di Primo Maresciallo dell’Impero, poi,  è noto che, nel contrasto tra il Re ed il Duce, che intendeva fregiarsene, fu richiesto il parere del Prof. Santi Romano, Presidente del Consiglio di Stato, il quale giunse alla conclusione che con la duplice attribuzione non sarebbe stata messa in discussione la prerogativa regia di capo dell’esercito. Vittorio Emanuele non apprezzerà molto il parere dell’insigne giurista, tanto da dire: “i professori di diritto costituzionale, specialmente quando sono dei pusillanimi opportunisti, come il professor Santi Romano, trovano sempre argomenti per giustificare le tesi più assurde: è il loro mestiere”.

Non è dubbio, infatti, che Vittorio Emanuele III, cui certo in alcuni momenti non ha giovato dinanzi alla storia il suo formalismo costituzionale (“La Camera e il Senato sono i miei occhi e le mie orecchie”, era solito dire), mal sopportava l’invadenza del “cugino” dittatore, soprattutto in quella fase del ventennio nella quale il Duce aveva preso posizioni antinglesi che il Re non gradiva e che non a caso compaiono nell’invettiva di Grandi che denuncia l’abbandono della “via di una leale e sincera collaborazione con l’Inghilterra”. Una collaborazione che Vittorio Emanuele aveva patrocinato ai tempi della prima guerra mondiale.

Alla resa dei conti il Duce sembra rassegnato ad uscire di scena. Troppe le testimonianze in questo senso. Come dimostra l’esperienza della Repubblica Sociale Italiana alla quale fu forzato, anche se pensò fosse una scelta idonea ad evitare l’occupazione militare dell’Italia del Nord con le conseguenze tragiche che erano state sperimentate qua e là per l’Europa.

I fascismo cade all’alba del 25 luglio, senza spargimenti di sangue, al termine di una drammatica ma ordinata votazione in cui i gerarchi rimettevano il potere nelle mani della Corona. Mussolini non si oppone, lascia fare. Perché fu così imbelle? Commenta 70 anni dopo Sergio Romano sul Corriere della Sera: “Se i buchi nella barca non li avesse fatti lui, verrebbe voglia di concludere che, fra i molti protagonisti del 25 luglio, Mussolini non fu il peggiore”.

La resa dei conti era nell’aria, dunque, e nella realtà delle cose, nell’andamento disastroso delle operazioni militari culminate nei giorni precedenti nell’invasione della Sicilia, là dove l’Esercito avrebbe dovuto fermare gli alleati “su quella linea che i marinai chiamano bagnasciuga”, come aveva detto in un discorso del 24 giugno, confondendo la linea di “fior d’acqua”, la parte di superficie della carena della nave limitata superiormente dal piano di galleggiamento, con la “battigia”, che si bagna e si asciuga per effetto del moto ondoso.

L’aveva intuito il pomeriggio del 24 Donna Rachele. Ha come un presentimento, consiglia al marito, che si appresta ad andare a Palazzo Venezia, di far arrestare tutti i gerarchi.

All’alba del 25 luglio e nelle ore successive anche lei si sarebbe resa conto del tradizionale, italico abbandono del perdente. A cominciare dai “fedelissimi”, come i Moschettieri del Duce, dileguatisi alla chetichella, in borghese, da Palazzo Venezia. Ugualmente gli ardori del Console Galbiati, comandante della Milizia, che aveva minacciato di mobilitare le truppe “fedeli”, si smorzano rapidamente. Rimase al suo posto, immobile. Mentre Carabinieri ed Esercito tenevano le posizioni prestabilite, concordate dalla Stato maggiore d’intesa con il Sovrano che avrebbe dovuto affrontare ancora  ben altre, impegnative prove per salvare il salvabile.

28 luglio 2013                                                      Salvatore Sfrecola