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domenica 13 dicembre 2015

TASSAZIONE, GIUSTIZIA E FIDUCIA... NELL'ANALISI DEL PROF. SFRECOLA

I nostri Lettori ormai ben conoscono gli scritti di S.E. il Prof. Salvatore Sfrecola, apprezzandone lo stile asciutto ed i contenuti né casuali né superficiali.
Qui proponiamo quattro degli ultimi articoli che - su cortese disponibilità offertaci dall'Autore - abbiamo tratto dal sito di 'Un Sogno Italiano', porgendoli all'attenzione dei nostri affezionati Lettori.
Ci permettiamo di sollecitarvi nell'inserire il link del sito in questione tra i Vostri favoriti: sarete così tempestivamente aggiornati sui contenuti - di elevata qualità sociale e politica - disponibili per la lettura e l'analisi. Buona lettura, quindi!

Le tasse sulla seconda casa ingiuste e dannose per l’economia
di Salvatore Sfrecola

        Ha ricevuto molti consensi su Facebook qualche mia considerazione sulla tassazione delle seconde case che nella vulgata del governo e dei partiti sarebbe giusta perché quelle abitazioni rappresenterebbero un “indice di ricchezza” e comunque assicurerebbero congrue entrate agli enti locali. Di tutto questo è vera solamente quest’ultima affermazione. In effetti i comuni marittimi o montani si rifanno sulle seconde case tassandole pesantemente per recuperare quelle risorse che non provengono più dai trasferimenti erariali. Ugualmente mi è stato fatto osservare concedono licenze edilizie solo per incassare
         Sennonché le seconde case, a valutare nella sua realtà il fenomeno, sono tutt’altro che un indice di ricchezza. In primo luogo perché il più delle volte sono modeste abitazioni, anche quando pomposamente definite “villette”, ereditate dai nonni e dai padri che di quelle località marittime collinari e montane sono originari. Case mantenute soprattutto per motivi affettivi per brevi vacanze estive invernali o nei fine settimana. Inoltre, proprio per essere poco utilizzate e comunque in ragione delle località nelle quali sono collocate abbisognano di costose e continue manutenzioni le quali attivano lavoro per artigiani locali, muratori, idraulici, giardinieri, che alleviano difficoltà dei residenti spesso costretti ad “arrangiarsi” proprio con quei lavoretti saltuari assicurati dalla manutenzione delle seconde case.
         Oggi la tassazione scoraggia la disponibilità di una seconda casa. Il mercato è fermo, come attestano le agenzie immobiliari. Inoltre quelle case non si vendono per cui spesso sono abbandonate, con effetti negativi anche sull’economia degli enti locali interessati i quali avrebbero, invece, da un’espansione degli immobili notevoli incentivi per tutte le attività commerciali, dai ristoranti alle attività artigianali che fioriscono dovunque in Italia, preziosa risorsa delle comunità.
          Inoltre la presenza di seconde case favorisce l’aggregazione di amici con effetti sollecitatori di ulteriori iniziative locali che gli enti locali attivano attraverso ricorrenze della loro storia, sagre paesane ed altre attività, comprese quelle, frequenti in questo nostro Paese, di valorizzazione dei beni culturali, in specie di quelli del patrimonio archeologico.
           Insomma, gravare le seconde case di imposte pesanti è un errore gravissimo perché disincentiva una serie di attività che spesso consentono la sopravvivenza di località che altrimenti sarebbero abbandonate ad un rapido degrado. La mentalità rapinatoria del fisco italiano a tutti i livelli va abbandonata, dovendosi invece ritenere che tassare o detassare è strumento di politica economica prezioso come tradizionalmente ritenuto dagli economisti e dai politici più avveduti, quelli che guardano lontano e apprezzano gli effetti dell’intervento pubblico nel tempo.
           Detassare le seconde case, dunque, si può e si deve. Ma è dubbio che questa classe politica modesta comprenda la necessità di stimolare un settore dell’economia che, specialmente nell’hinterland delle grandi città si basa molto su immobili destinati al riposo, allo svago e all’attivazione di relazioni che arricchiscono quelle località ed i loro abitanti. Ed anche gli enti che dalla vivacità della comunità possono ritrarre maggiori entrate, in particolare da attività commerciali fiorenti e vantaggi da una ridotta necessità di aiutare persone in difficoltà per le scarse possibilità di lavoro. Specialmente in questo periodo.
          L’economia di una comunità, infatti, va vista nella sua globalità e nelle possibilità di sviluppo che è sbagliato comprimere alla base disincentivando un settore che, come abbiamo visto, offre tante possibilità.
          6 dicembre 2015

Le parole della fiducia, la sfiducia nei fatti
di Salvatore Sfrecola

Il Presidente del Consiglio sparge fiducia a piene mani, sempre, ad onta dei risultati spesso deludenti della ipotizzata crescita del PIL, dei consumi e dell’occupazione. Vede ovunque segnali positivi e speranze sottolineando che questo “è un grande Paese”. Solo in queste ultime quattro parole c’è della verità, ma soltanto “storica”, perché per altro verso, come attestano l’ISTAT ed il CENSIS le cose non vanno proprio così bene. In particolare per l’Istituto diretto da Giuseppe De Rita, che ha appena diramato il suo annuale rapporto, l’Italia è ferma in un “letargo esistenziale collettivo”. La politica tenta di “trasmettere coinvolgimento e vitalità al corpo sociale” senza riuscirvi. È una sorta di “limbo italico”, dice De Rita. Infatti, al di là della contingenza delle festività di Natale e di fine anno, che indurranno la maggior parte di noi a donare ed a donarsi qualche oggetto per festeggiare, gli italiani spendono meno dell’auspicato e di quanto dicono gli interessati a spargere fiducia nei consumatori, a cominciare dalle associazioni di categoria dei commercianti. Non dimentichiamo che il 16 dicembre dovremo pagare salatissime IMU e TASI.
         Ragioniamo un po’ sul fatto che alle parole di fiducia di Matteo Renzi gli italiani riservano una prudente attenzione che in molti casi conduce a maturare una consapevole sfiducia. In primo luogo c’è il dato obiettivo attuale, certificato dall’ISTAT, che la crescita e l’occupazione non vanno proprio come il Governo si attendeva e come il Premier riteneva possibile, addirittura affermando che l’Italia sarebbe a breve diventata “la locomotiva d’Europa”, espressione che ci farebbe piacere fosse vera ma che denota in chi la pronuncia una scarsa conoscenza della realtà e delle prospettive effettive che si pongono al nostro Paese. Ma quel che frena gli entusiasmi degli italiani, o meglio che impedisce che si manifesti nella maggior parte dei nostri concittadini un minimo di fiduciosa aspettativa nel futuro, sono le ricorrenti indicazioni che provengono dal Governo e dai suoi organi, di blocco degli stipendi e delle assunzioni che rendono evidenti le difficoltà, la mancata revisione della spesa pubblica improduttiva o parassitaria o, ancora, conseguenza di sprechi e di cattiva gestione, sintomo di incapacità di gestione e di non conoscenza dei fenomeni. Infine, le ricorrenti proposte di revisione delle pensioni. Tutto questo evidentemente preoccupa gli italiani che vi rinvengono elementi di incertezza per ciò stesso generatori di sfiducia.
          Dalle parole del Premier, dalle più prudenti esternazioni del Ministero dell’economia Padoan, che sembra aver perso negli ultimi tempi l’originaria riservatezza per spiegare e precisare il valore e le prospettive che derivano da uno zero virgola in più o in meno, parole le quali dimostrano che si parla comunque di piccole cose, gli italiani non possono essere indotti a sentire fiducia nella politica del governo e nelle prospettive che da questo vengono indicate.
          In particolare le tasse crescono, il mercato immobiliare è sostanzialmente fermo e con esso l’indotto, non solo dei materiali di costruzione ma anche del mobilio e degli elettrodomestici che naturalmente si ricollegano all’acquisto o al cambio dell’abitazione. Aggiungasi la crisi delle seconde case che non si vendono e vengono gravate da imposte pesanti, un errore, come diremo meglio in altra occasione, perché le seconde case, intese come luogo di vacanza sono uno stimolo per l’economia delle località marine, collinari o montane, favorendo occupazione nelle ristrutturazioni e nella manutenzione. Inoltre si deve smettere di ritenere la seconda casa un lusso, perché spesso è solamente la casa dei nonni o dei genitori, ereditata e mantenuta per ricordi d’infanzia e per attaccamento ai luoghi.
           Dove, dunque, la fiducia di Renzi per le prospettive della ripresa? Il Premier dice fiducia ed i suoi uomini raffreddano ogni entusiasmo prospettando agli italiani nuove tasse o “ritocchini” alle tariffe, blocco delle assunzioni che invecchiano le strutture amministrative e tecniche dello Stato e degli enti pubblici con effetti evidenti sull’efficienza dei servizi. In prospettiva a giorni alterni il Presidente dell’INPS, Boeri, fa analisi drammatiche dei conti pubblici affidati alle sue cure con prospettive non favorevoli. Si è perfino ipotizzato, non è chiaro chi lo abbia detto ma si è sentito ripetere sui giornali e nelle trasmissioni televisive, che i pensionati i quali assumono la residenza in un paese estero, anche dell’Unione Europea, sappiamo che vanno di moda soprattutto Portogallo e Spagna – Canarie, potrebbero avere non più liquidata la pensione al lordo delle imposte che pagherebbero nel nuovo stato, imposte ovunque assai più leggere. Una prova della esosità del fisco italiano.
         Un panorama che non può destare fiducia. Non bastano le parole, anche se sono importanti ed autorevoli che se smentite dai fatti perdono autorevolezza. E inducono al sospetto che dietro quelle parole non ci sia competenza e ragionevole gestione della realtà.
          5 dicembre 2015


Prove tecniche di regime
Le mani del Governo sul Consiglio di Stato
di Salvatore Sfrecola

Si sente dire, uso questa espressione per carità di Patria nella speranza non sia vero, che il Governo avrebbe chiesto al Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, l’Organo di autogoverno di TAR e Consiglio di Stato, una rosa di cinque nomi tra i quali scegliere il prossimo Presidente del Consiglio di Stato, carica vacante da quando, alcuni mesi fa, Giorgio Giovannini si è dimesso per protesta nei confronti della decisione governativa di “sfoltire” il ruolo dei giudici amministrativi mandando in pensione anticipata un bel numero di essi, nell’ambito di un preannunciato “ricambio generazionale” che ha mandato a casa i più anziani senza contestualmente reclutare giovani.
È una decisione senza precedenti quella di cui si sente dire, perché i governi hanno fin qui seguito una prassi secondo la quale la norma, la quale prevede che il Presidente del Consiglio di Stato sia nominato con decreto del Presidente della Repubblica su deliberazione del Consiglio dei Ministri, “sentito” il Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, è stata costantemente interpretata come una designazione dello stesso Consiglio (tramite l’Organo di autogoverno) nel rispetto dell’autonomia della magistratura amministrativa, in un sistema normativo nel quale la deliberazione del Governo deve essere intesa solamente come una forma di adozione dell’atto di nomina, rimanendo la scelta assegnata all’Organo di autogoverno.
Il sistema della “rosa” di candidati lede a fondo l’autonomia della magistratura amministrativa in quanto introduce un sistema di scelta che attua una accentuata discrezionalità in favore del Governo assolutamente incompatibile con l’indipendenza della magistratura.
Sarà perché il Consiglio di Stato, dimostrando una spiccata indipendenza, ha in questi ultimi tempi adottato una serie di pronunce che hanno dispiaciuto il Governo arrivato a vette di improntitudine straordinarie, addirittura ritenendo irrilevanti l’effetto di talune pronunce “sgradite” del Consiglio in sede consultiva.
La richiesta di una rosa è un segnale che deve preoccupare tutti coloro che credono nell’indipendenza della magistratura (a breve sarà la Corte dei conti a rinnovare il suo presidente) e nel rispetto delle regole costituzionali sulla separazione dei poteri e sul principio di imparzialità, cioè di legalità, che permea l’assetto della Repubblica.
Ornai è evidente che il Presidente del Consiglio nutre fastidio per le regole della democrazia, come dimostra il fatto che ha inteso mortificare ripetutamente il Parlamento costretto a votare sulla base di mozioni di fiducia tutte le leggi che lo interessano, comprese quelle di conversione di alcuni decreti legge che hanno manomesso importanti regole del diritto, come quelle che riconoscono i diritti acquisiti, convalidati da pronunce della Corte costituzionale. Altro organismo inviso al leader che, infatti, non riesce a far eleggere i giudici costituzionali mancanti da tempo perché, a differenza di quanto è avvenuto fin qui con una equilibrata scelta delle varie forze politiche, vuole dalla sua parte tutti i giudici da eleggere, nel timore che una Consulta indipendente potrebbe riconoscere l’incostituzionalità di alcune delle riforme alle quali il Ministro Boschi ha affidato la sua notorietà nella storia del diritto italiano. E non a caso si sentono fare nomi di personaggi, Crozza imitando il Governatore della Campania, De Luca, li chiamerebbe “personaggetti”, i quali avrebbero conquistato il cuore del Presidente del Consiglio con una serie di favori dei quali anche si vanno gloriando nelle anticamere del potere.
Sono note le prepotenze dei governi. E sappiamo che sono sempre indice di intolleranza per le regole. Alle quali spesso ha messo ordine la magistratura. Per questo Renzi cerca di scegliersi il Presidente del Consiglio di Stato che più gli aggrada. Calcolo in ogni caso miope. Le magistrature si esprimono in forma collegiale, laddove il Presidente è soltanto un primus inter pares. Sempre che gli altri componenti del collegio abbiano la spina dorsale dritta.
11 dicembre 2015

 

Per garantire l’indipendenza dei giudici va eliminato il potere delle correnti organizzate negli organi di autogoverno, a cominciare dal CSM
di Salvatore Sfrecola
 
Nella sua puntata di domenica 29 novembre Report, di Milena Gabanelli, ha affrontato, tra l’altro, il tema del funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quanto alle scelte dei magistrati da assegnare agli uffici direttivi, compito delicatissimo sempre ma di particolare rilievo in questa stagione di nomine importanti, a cominciare da quella di Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione per continuare con quelle dei Presidenti e Procuratori generali di molte Corti di appello, in conseguenza dei pensionamenti anticipati voluti dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi nell’ambito di quello che è stato presentato come un ampio “ricambio generazionale”. Che non c’è stato e non c’è. L’abrogazione delle norme che prevedevano il trattenimento in servizio oltre il 70° anno di età è servito solamente a cambiare i vertici di molti uffici giudiziari, non solo ordinari ma anche del Consiglio di Stato e della Corte dei conti. Infatti il “ricambio” non è “generazionale” se non nel senso che assumono posizioni funzionali magistrati più giovani, ma alla base non entrano tanti quanti sono coloro che se ne vanno. Pertanto l’Amministrazione della giustizia si rinnova solo nei vertici ma non si ringiovanisce.
Quanto alla gestione delle nomine è nota una antica querelle. Le scelte vengono pesantemente determinate dalle varie componenti presenti nel CSM dove siedono laici eletti dal Parlamento, cioè dai partiti, e togati scelti dalle varie correnti della Magistratura, eletti dai colleghi. E l’esperienza insegna che, per ottenere un posto di responsabilità e di prestigio, il candidato deve avere il gradimento delle due componenti che spesso concordano su quale magistrato far convergere i voti. Ed è inevitabile che i curricula dei partecipanti alle procedure siano esaminati almeno sotto due profili, uno per qualche verso “politico”, l’altro dell’appartenenza ad una determinata corrente dell’Associazione Nazionale Magistrati. Fuori di questa logica non si va da nessuna parte. Clamoroso il caso di Giovanni Falcone che, nonostante l’esperienza che poteva vantare nella lotta alla mafia, fu superato nell’attribuzione del posto di capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo da un collega, certamente più anziano, ma con una esperienza che forse sarebbe stato meglio utilizzare altrove. Questa almeno è stata la generale valutazione di quanti hanno seguito quella vicenda. Della quale Report ha chiesto anche a Cesare Mirabelli, all’epoca Vice presidente del CSM, il quale non ha voluto entrare nel merito di quella scelta limitandosi a dire di non aver espresso un voto. Di recente anche Piercamillo Davigo, magistrato di grande valore, con una esperienza a tutti nota si è visto precludere la strada di Presidente della Corte d’appello di Torino.
Che le correnti la facciano da padrone lo dicono in molti, da tempo, soprattutto tra i politici che lamentano una magistratura “politicizzata” in relazione ai vari orientamenti delle sue componenti. Ad esempio “Magistratura Democratica” è stata sempre ritenuta più vicina alla sinistra politica, “Magistratura Indipendente” più affine alle idee politiche del centro destra. Per quanto possono valere queste semplificazioni.
Sta di fatto, peraltro, che indubbiamente l’appartenenza ad una corrente assicura una protezione certa da parte dei rappresentanti di detta componente nel CSM e garantisce un più agevole riconoscimento delle aspettative dei candidati.
È un fatto che si riscontra anche nelle altre magistratura le quali hanno un organo di autogoverno che cura la definizione dei carichi di lavoro e attribuisce gli incarichi direttivi e semidirettivi attraverso procedure concorsuali fortemente criticate e sospette di illegittimità, anche secondo le valutazioni del Consiglio di Stato, considerato che i “criteri” per la gestione di questi meccanismi non sono sorretti da norme di legge, nonostante la Costituzione lo preveda esplicitamente all’art. 108. Lo dimostra il pesante contenzioso dinanzi ai Tribunali Amministrativi Regionali e, in appello, al Consiglio di Stato. Per non dire delle questioni rimesse all’attenzione della Corte costituzionale.
È una situazione che non può andare oltre. Io sono stato favorevole alla introduzione di membri togati eletti nel Consiglio di presidenza della Corte dei conti, l’ho fortemente voluta come esponente dell’Associazione Magistrati e difesa anche quando la polemica politica criticava le correnti nell’ambito dell’Associazione Nazionale Magistrati e nella gestione del CSM. L’esperienza, purtroppo, ha dimostrato che quelle critiche erano fondate, che l’appartenenza ad un Gruppo associativo condiziona l’azione del rappresentante di quel gruppo nell’organo di autogoverno. Ugualmente nella elezione dei Giudici costituzionali il risultato è condizionato dalla appartenenza ad un gruppo e, soprattutto, dalla sua compattezza.
Una soluzione s’impone, dunque, rapidamente per restituire serenità alle magistrature con una modifica incisiva della composizione degli organi di autogoverno. Evidentemente la componente togata è essenziale per bilanciare la presenza dei politici eletti dai partiti sulla base di intese che prefigurano future decisioni concordate sulla scelta di coloro che dovranno ricoprire le posizioni di vertice. La soluzione è una sola, quella di prevedere che i componenti togati siano scelti sulla base di un sorteggio tra tutti i magistrati in servizio. In questo modo sarà assicurata una equilibrata valutazione delle candidature ai vari posti di funzione sulla base dei curricula, essendo estranea ogni influenza dell’appartenenza ad una corrente. Ci sarà sempre la possibilità che un magistrato presente nell’Organo di autogoverno possa essere “sensibile” alle aspettative del collega di concorso o che ha condiviso con lui qualche esperienza professionale. Ma non ci sarà più una scelta per motivi di appartenenza correntizia a tutti i costi, anche quando sia evidente che il candidato non ha i requisiti per rivestire il ruolo per il quale concorre.
In questo modo si abbatterà certamente anche il contenzioso che cresce di giorno in giorno, anche per effetto della pervicace difesa delle scelte fatte che spesso vengono mantenute nonostante le pronunce del giudice amministrativo. È accaduto, infatti, che annullata una procedura concorsuale dal Consiglio di Stato l’Organo di autogoverno l’abbia rinnovata giungendo alle medesime conclusioni. Certamente contando sul tempo, che dissuade da una successiva iniziativa giudiziaria, specie in vista dei pensionamenti. Un caso evidente di denegata giustizia.
Poi dovremo parlare dei vertici delle magistrature. Devono ruotare. Si tratta di organi collegiali non burocratici. Ma di questo parleremo in altra occasione.

2 dicembre 2015

giovedì 26 settembre 2013

MA GLI ITALIANI HANNO DEI SOGNI?... (2°parte)


Come titolano i tg – sono da poco passate le 20,oo del 22 Settembre, allorché ho iniziato questo articolo - “Il trionfo di Angela” é il titolo che domina le notizie, riferendosi ai risultati della tornata elettorale in Germania e al lusinghiero risultato ottenuto dal premier Angela Merkel.

Un dato scontato, per chi di politica ne sa, una lezione per i politicanti di scarsa preparazione che calcano (e purtroppo dominano) l'italico proscenio.

Il dato scontato è basato sulla ovvia constatazione che un Paese che marcia molto bene rispetto a molte altre Nazioni europee (senza andare al di fuori della UE), non cambia gestione amministrativo-politica solo per “cambiare” o “per dare una lezione” a qualcun altro: non ci si taglia le tonsille per fare dispetto a mogli nervose o ad altro.

Una Nazione abituata a pianificare e ad operare sulla base di una progetto comunque comune (ossia a favore del popolo, del Paese) e di un programma per realizzarlo, con la concreta proiezione di poterlo proseguire (salvo aggiustamenti che non potranno che potenziare l'apparato statale e le risposte che questo sarà in grado di offrire), non può che fare scelte coerenti ed affatto umorali.

Potrà poi piacere o non piacere, ma è comunque un esempio di coerenza dell'elettorato tedesco (e quindi, del popolo tedesco) che non è affatto disposti a fare salti nel buio: anzi, è pronto a rafforzarsi, lavorando ancor di più e consolidando sul piano internazionale non tanto l'immagine di una Nazione super-efficiente quanto tutto l'efficacia di una presenza commerciale che si è ampliata in misura notevole, andando anche a colmare la presenza di aziende di altre Nazioni strangolate da debiti ingenti, da una anacronistica visione del rapporto di lavoro, da una pressione fiscale praticamente insostenibile, da una perdurante assenza di programmi strutturali da porre immediatamente in essere.

Ecco perchè le elezioni tedesche sono anche una lezione per “allievi” e “osservatori” che di politica (ricordiamo la base lessicale della parola, polis, ossia “città” - riferito al periodo in cui vi erano città-stato - : in modo estensivo, tutto ciò che riguarda la città e chi la abita, ossia i cittadini) poco ne sanno, ancor meno ne hanno studiato ovvero avuto una qualche rudimento preliminare, e poco o niente hanno a cuore REALMENTE gli interessi dei cittadini.

Così che il tutto ci riconduce, inevitabilmente, all'abisso che ormai separa il mondo della politica , dei politologi e dei politicanti dalla vita reale: né più né meno quello che accadeva in un qualche staterello più o meno grande allorchè le truppe erano falcidiate al fronte, in preda a ordini contraddittori e fantasiosi, mentre nella capitale generali e politici discettavano di strategie e tattiche in comodi salotti dove non si facevano mancare prelibatezze e cibarìe varie, oltre che la delicata compagnia di altrettanto delicate dame.

E se per caso c'era qualcuno, tra costoro, che volesse impegnarsi di più, era un qualcuno che tentava di giocare su più tavoli, negoziando la sua sopravvivenza futura (politica o militare, in questo caso) nel caso in cui a vincere (o a “sopravvivere” alla sconfitta) fossero stati gli “altri”.

Ma le truppe? Continuavano a morire.

Ma non c'era nessuno che se ne preoccupasse?

Tutti, a parole.

Nessuno, nella pratica.

La Germania, al pari dei Paesi dell'Area Nord, solo con un occhio (un po' miope, se vogliamo) sta al presente; con l'altro occhio (più efficace, nell'acutezza della visione) guarda al futuro, preparandosi al meglio a prevenire ovvero fronteggiare una possibile (anche se poco probabile, almeno paragonato a ciò che gli altri hanno patito, patiscono e patiranno) crisi del loro Paese.

Crisi intesa nel senso più “morbido” del termine, in questo caso.

Anche perchè se e quando loro dovessero correre il rischio della crisi, gli altri staranno molto peggio; ovverosia, anche se ci fosse crisi “staremo meglio/meno peggio di altri”.

Non dimentichiamo che in Germania il raffronto di alcuni dati riconducibili al benessere economico-finanziario (dati 2010, 2011, 2012) sono a mio avviso indicativi di difficoltà tendenzialmente non lontane come si vorrebbe far credere: un PIL che dal +4,2% del 2010 è passato al +3% del 2011, per fermarsi ad un tiepido +0,7% del 2012; un rilevante calo nei consumi; una soglia di “recessione tecnica” ormai visibilmente prossima , anche se non raggiunta.

La locomotiva si sta fermando? Certamente ha rallentato molto.

Ma la cosa che tutti sanno e che pochi dicono é che la Germania fa in primis i propri interessi nazionali (mi spiego: cura, salvaguarda, tutela anche in chiave futura il benessere dei propri cittadini, delle proprie aziende e di chi vi lavora, dei propri investimenti – come nazione – e di quelli delle società tedesche, dei propri asset finanzari); riverbera poi questi interessi sul proscenio dell'unione europea, dove si tramutano in azioni stimolanti ovvero vincolanti.

E' quindi utopistico interrogarsi/pensare/sperare – come da molti vedo fare, quasi con affannoso pathos e non so quanta autentica attesa – in un mutamento dell'attuale politica monetaria/finanziaria/monetaria interna della Germania, come pure del suo atteggiamento in sede europea: nulla cambierà, almeno finchè rimarranno in vigore le attuali regole (e non solo a livello europeo) e le debolezze altrui - finchè costituiranno un limite per gli altri ed uno stimolo per se stessi – non potranno essere fatte proprie.

D'altronde, chi potrebbe rischiare a cuor leggero di mettere a rischio il proprio livello di benessere, con il rischio che aiuti e buoni propositi all'effetto pratico non aiutino gli altri a salire bensì chi sta su a scendere.

D'altronde, parlare di “aiutare” e “contribuire nell'aiutare” è un fatto normale, in quanto si aiuta o per “non fare peggiorare” un contesto o per “aiutarlo a migliorare, a crescere”.

Ma se il contesto che si dovrebbe aiutare tende o a mantenersi su una posizione passiva/iporeattiva/depressa sotto il profilo sociale/politico/imprenditoriale, senza dare segni tangibili, anzi più che tangibili di una fiera volontà di ripresa, con concrete testimonianze di ciò, l'interrogativo che ci si può porre è il seguente: perchè aiutare un soggetto che è moribondo, o che sta morendo o che non fa nulla per guarire?

In questi interrogativi sta anche la chiave dell'odierna situazione italiana: il vecchio detto “aiutati che Dio ti aiuta” è sempre valido.

E non sembra che, almeno per quella che è la percezione che se ne può avere dagli accadimenti, che “ci si aiuti molto”, ovverosia che i comportamenti/gli atteggiamenti/le iniziative/i coup-de théatre (mi scuso per l'assenza dell'accento circonflesso) italiani (e parlo, ovviamente, di quelli visibili; ossia, sotto gli occhi di tutti: italiani e non) siano complessivamente coerenti con le necessità espresse quotidianamente dalle condizioni del Popolo.

Urgono come non mai (e la depauperazione del territorio da parte di aziende che delocalizzano o le continue acquisizioni da parte di mani straniere di aziende e marchi italiani, ne sono una prova) misure strutturali rilevanti, tali – queste sì - da attirare capitali e investimenti anche dall'estero e corredate da riforme “logiche, praticabili, di lungo respiro” e da innovazioni persino nel modo di ragionare/valutare/esprimersi/rapportarsi di una classe politica che, complessivamente, vive una propria realtà del tutto distante dal vivere quotidiano della gente. Una profonda volontà di modifica espressa a livello nazionale, non può che attrarre larghissimi consensi da parte di una popolazione in difficoltà, spesso stremata, incerta, smarrita in assenza di prospettive degne di tale nome e quindi desiderosa di affidarsi non dico ad “uno e un solo” nocchiero, bensì ad un “equipaggio” in grado di condurre una nave che, salvo miei errori di interpretazione/valutazione, appare poco governabile e in balia di fortissime perturbazioni.

Tutto ciò che sta avvenendo, si consuma in un contesto, quello odierno, dove i dati indicano che le economie di Cina e Stati Uniti sono pericolosamente prossime alla stagnazione.

E questo nonostante che il Tesoro USA e la Federal Reserve immettano continua liquidità nel sistema, e che il colosso Cinese stimoli in modo imponente le attività produttive, delle costruzioni e delle grandi opere.

Segno ancora più evidente che la crisi è pressochè totale, salvo palpiti di vita ora maggiori ora minori.

Segno, altresì, che i rimedi che i (pochissimi) potenti del mondo economico-finanziario ostacolano in nome di avidità e profitto “ad ogni costo” non possono più tardare ad essere applicati: il rischio pratico è che il corto-circuito in essere, possa tramutarsi in buio totale.

Anche la crisi che ha visto confrontarsi il gotha delle Nazioni di fronte alle tematiche in terra di Siria, ha posto in evidenza che – al di là di prese di posizione e dell'esibizione di “muscoli” e aitanza militare – il Mondo è in realtà diviso tra quanti hanno timori fortissimi nell'apertura di nuovi scacchieri di guerra: specie se ciò potrebbe equivalere al rischio di scoperchiare il “vaso di Pandora”. E anche tra quanti sono favorevoli, in realtà – fatto salvo il ruolo che giocano alleanze e trattati – i distinguo non sono pochi, poiché sono più i timori che non la concreta attesa di benefici: anche a livello “umanitario”, per popolazioni che - nell'iter certamente non breve verso “liberazione, pace e democrazia” - pagherebbero un prezzo comunque ancora più alto.

Ai ruggiti anglo-francesi (questi ultimi provengono da una Nazione in crisi, che riesce a tenere alta la testa perché non è stata ancora attaccata – come è avvenuto per Grecia, Spagna e Italia – dalla più feroce speculazione: poche mosse, pochi giorni e una Nazione è in ginocchio, a colpi di spread e di rating sprezzanti e deprezzanti il reale valore di popoli, economie, nazioni).

Il gioco della cannibalizzazione in Europa si è svolto proprio così: belle parole di solidarietà spese per chi è in difficoltà, ma bocche spaventosamente irte di denti che si spalancano per fare un solo boccone della vittima di turno, spogliata di ogni vitale autonomia, preda di importanti condizionamenti, depredata dei propri beni maggiori e appiattita nella sua smarrita sovranità.

Condizionamenti tali da sviluppare feroci lotte per il potere, all'interno, mentre ai ruggiti che si odono non corrispondono azioni all'esterno degne di tale nome.

Nazioni che erano protagoniste sono diventate – nel migliore dei casi – co-protagoniste, mentre in molte sono diventate mere comparse.

Anche se le verità si sussurrano, ma non si dicono, la realtà e sotto gli occhi di tutti: perchè se è vero che certi politici/politologi/politicanti tentano di distoglire, di mentire, di far vedere cose diverse, di turare naso e orecchi, di rendere la bocca atona, gli occhi sono ancora vigili.

E vedono un'Europa – ma non solo – preda di un neo-postcapitalismo peggiore dei capitalismi e una cinica voglia di sopraffazione, degna di un neo-neocolonialismo all'insegna del cannibalismo più sfrenato (ma intelligente, in doppio petto).

Perchè chi dovrebbe, non ci avvisa di come stiano veramente le cose?

Perchè non si assumono misure per fronteggiare ciò?

Perchè si tarda ad assumere urgentissime iniziative strutturali, cincischiando in cose che – in realtà - non hanno bisogno di cerotti o blande e temporanee panacee bensì di impietose cure chirurgiche, di salvifiche amputazioni?

Quando si smetterà di sostenere una fabbrica di stuzzicadenti in crisi perchè non si consuma più tale prodotto, varando misure di defiscalizzazione o altro, finanziando ristrutturazioni, elargendo aiuti per sostenere i lavoratori in difficoltà )che “devono” continuare a produrre stuzzicadenti; ad ogni costo), nella consapevolezza che gli stuzzicadenti prodotti non saranno venduti perchè la domanda – quantomeno per quell'azienda e per quel tipo di prodotto – è inesistente o inconsistente?

Così che la fabbrica che non chiude oggi, chiuderà domani: con ulteriori risorse male indirizzate e male adoperate, sprecate.

Ora dico, io non sono nessuno ed esprimo qui solo quello che in moltissimi esprimono. Ma possibile che queste sensazioni – che paiono presenti in modo concreto e ampio sul territorio – non giungano a chi di dovere?

Domanda forse retorica, ma che è bene porre. Anche se a livello delle più alte Istituzioni dello Stato c'è senz'altro chi se ne occupa e si preoccupa.

Occorre fare chiarezza, dunque, senza che ci si prenda in giro e senza che nessuno sia tentato di farlo.

Perché – come esempio, uno tra tutti - non si evidenzia/studia un dato: ci dicono che in Italia sono stati persi ca. 1.000.000 di posti di lavoro; ma ci dicono anche che aziende italiane trasferitesi all'estero o delocalizzatesi hanno creato lo stesso numero, ossia ca. 1.000.000, di nuovi posti di lavoro.

Allora? Vorrei che se ne parlasse e che qualcuno mi fornisse lumi, anziché ascoltare vaneggiamenti e vagheggiamenti socio/politico/idealistici su questo o quel tema, del tutto ininfluente sulla vita dei cittadini, sulla qualità della loro esistenza, sulle loro aspettative di vita, sulle attese delle generazioni più giovani.

Perché ci si affanna tanto a parlare (ancora!) di "integrazione" quando questo concetto-utopia è naufragato, e da tempo, in tutte le Nazioni che vi avevano investito? Si prenda atto che esiste un concetto - sul quale sono basati gli interventi politico/amministrativo/finanziari improntati sulle "società multietniche"; preso atto, peraltro, che i primi a non integrarsi ovvero a volersi integrare (al di là di frasi fatte e di paroloni/concetti, dove la magica parola "integrazione" è posta come una ciliegina su torte variamente composite e scarsamente commestibili, quando non indigeribili) sono proprio gli stranieri ai quali apriamo le porte (meglio: lasciamo spalancate le porte, per entrare) rendendo disponibili nostre risorse importanti.  Anzi preziosissime, in questo momento così grave dove di risorse per gli italiani - meno abbienti (eufemismo per definire i 5 milioni che vivono al di sotto della soglia di povertà, e senza contare le altre decine di milioni che vivono nel limbo compreso tra povertà e scarse risorse) non ce ne sono.

Questo punto, poi, ci porta a considerazioni - le più varie e importanti - sul tema della "sicurezza nazionale" di cui il concetto di "terrorismo" fa comunque parte: chi è questa gente che arriva? Chi sono e perché moltissimi non si lasciano identificare (sempreché l'identificazione possa essere poi certa e attendibile)? Dove vanno o come si immettono nelle maglie del nostro territorio? Domande pressanti che si fa ormai da tempo la gente, intimorita da situazioni di cui viene sempre e solo dipinto il "lato umano" e "commovente", ormai a stretto contatto con una realtà quotidiana che ci mette in rapporto con gente che, francamente, chiamare "importante risorsa" è molto arduo, anzi improponibile: per uno che lo possa realmente essere, e tanto di cappello per lui, non so quanti (e molti) non lo è. Lo testimoniano i fatti di droga, prostituzione, micro e macro criminalità, truffe, furti; senza sfiorare la drammatica nebulosa di traffico di esseri umani, induzione in schiavitù, traffico di organi e di neonati.
E queste sarebbero le "importanti, preziose risorse" cui sono state aperte le porte delle nostre Città?

C'è qualcuno che possa dirci su quali risorse possiamo contare - oltreché le "solite" tasse, o le "tasse sulle tasse"  - per far ripartire l'Italia, e da chi/cosa provengano? E quanto ci costeranno, in termini di interessi? Non sarebbe meglio che il "debito sovrano" (vedasi quanto avvenuto in Giappone) fosse in mano agli Italiani e che gli interessi (buoni) li prendessero loro?
O, alfine, qualcuno ci dirà che "soldi freschi", denaro vero, non ce n'è e non ce ne viene dato da quell'Europa che sta ad osservare noi che boccheggiamo ma che ci ostiniamo a non morire, con lo stesso atteggiamento del sadico che guarda il pesce rosso dibattersi nella boccia ormai con poca acqua?

Possibile che quello che si ascolta per le strade, nei mercati, nei bar, alle fermate degli autobus, nei luoghi dove in genere si ritrovano più persone, non giunga alle orecchie di chi vive e ci propina tutt'altra realtà?    Basterebbe poco - con praticità e in economia, senza bisogno di affidare costosi sondaggi a costose società di servizi - per "toccare con mano" queste realtà e prendere dolorosamente atto che il divario tra "Italia reale" e "mondo politico" è ormai diventato un abisso?

Ma la Spagna, che stava molto peggio di noi e le cui banche erano in default, come ha fatto a rialzarsi e ad invertire la rotta negativa, iniziando a recuperare quota e quindi stabilità?  Ha utilizzato alchimie straordinarie e segrete? Ha adoperato "parole e pozioni magiche"? I mezzi a cui gli spagnoli possono attingere sono gli stessi che abbiamo a disposizione anche noi: allora? Credo che la differenza sta nella visione e nella considerazione che i politici spagnoli hanno degli interessi del popolo (anche lì straordinariamente provato, forse più che noi italiani) e della necessità di mettere da parte divisioni e particolarismi in nome di un senso unitario e di una identità nazionale molto forti.   Ecco la ricetta spagnola, quindi: un po' di intelligenza, la consapevolezza che in un paese "morto" sarebbero "morti" la classe politica, i sindacati e i partiti, una presa di coscienza da parte dei governanti, privilegio dell'interesse nazionale, intrapresa di importanti misure strutturali unite a riforme e revisioni delle discipline interne fin qui in atto.  Tutto ciò ha fatto rapidamente la differenza. Ma ha anche avuto il suo peso, in Europa, a Bruxelles e Strasburgo, la consapevolezza che se la Spagna - più che l'Italia - fosse realmente uscita dall'Unione Europea, "qualcosa" sarebbe cambiato: innescando una reazione incontrollabile che avrebbe messo a repentaglio il consolidamento delle posizioni dei paesi in migliori condizioni.  Allora, aiutare la Spagna, ha avuto importanza maggiore che non altre decisioni e scelte.    Senza clamori ma con grande concretezza.

Da noi, invece? Mah! A Roma gira la battuta dialettale, che invece della spending-review ci troviamo di fronte alla spending-deppiù : e la vox populi è anche in questo caso fondata. In assenza di qualcuno (anche in sede di pluralismo) che dica "fino a ieri si è fatto così, da oggi - per il bene del Paese e dei Cittadini - si deve fare così", la parola d'ordine dovrebbe essere "tagliare" spese superflue o inutili, eliminando doppioni, consulenze, trasferte, sovrastrutture inutili e - soprattutto - costose.   Sembra che alle parole, non seguano i fatti: o almeno non seguono con quella concretezza che tutti vorremmo ascoltare e "toccare con mano".  Tagliare, ridurre, eliminare... Queste le parole d'ordine!

Parlavo, poco sopra, di assenza di clamori, già!

L'opposto di quanto avviene in Italia dove sono in atto laceranti contrasti tra forze (o debolezze) politiche, tra soggetti anche di portanza istituzionale, dove ogni giorno si fa il tiro al piccione con qualcuno che possa balzare troppo in evidenza.   Siamo lacerati tra parti che ormai si scontrano minacciosamente quotidianamente e più volte al giorno, al limite dello scontro fisico oltreché verbale, con linguaggio becero e spesso volgare, in una babele di idee e contro-idee, iniziative auspicate/auspicabili che naufragano o perdono di efficacia in breve tempo, di allarmismi, di serie prese di posizione in contesti poco "seriosi", di... Di tutto e di più in un caos montante che trova l'innesco (dichiarato) nel casus belli che  si incentra sul personaggio che da vent'anni unisce/disunisce/allarma/fa sperare l'Italia.     In ogni caso, il tutto si svolge sì nel caos apparente, ma un caos scandito da una sua propria liturgia, da una metodica antica (vecchia) che sopravvive però al passare degli anni, contraddistinta e sostenute da mantra ideologici il cui suono è ormai simile a quello di una campana spaccata.
 
Pensate ancora che di fronte alle indifferibili e tragiche urgenze del Paese, ci si possa perdere (e si possa dedicare spazio) davanti alle protesta di questa o quella parte, alle pretese di questo o quel gruppetto?  C'è un'Italia perennemente mobilitata e mobilitabile, ora per questa ora per quella causa: giusta o meno che possa essere.   Ma non sarebbe ora di rivedere e riformare il tutto?

C'era la guerra, e si decretò il blocco degli sfratti; c'era il dopoguerra, e si prorogò il  blocco degli sfratti; c'era il primo e poi ci fu il secondo dopoguerra, e si prorogarono gli sfratti; sono trascorsi 70 anni dal 1943 e ancora si prorogano gli sfratti... 

Vogliamo prendere finalmente atto che forse, dico forse, c'è qualcosa che non va?  Che si sono favoriti interessi macroscopici e particolari? Che a pagare gli errori altrui è stato quel "ceto medio" praticamente scomparso, quella piccola e media industria sull'orlo del tracollo?  Scomparsi per una costante opera di "livellamento verso il basso", spianato dall'applicazione di teorie dove si sosteneva il benessere diffuso e la quasi punizione dei "ricchi".   

E c'è chi sostiene ancora l'utopia dello "stato sociale" di quello stato-mammella cui tutti possono suggere; ma chi produce ormai questo "latte"? Le mammelle sono avvizzite e l'erba scarseggia, anzi la terra è quasi tutta arsa.    La stessa Svezia, madre in Europa (seppur nella sua efficiente realtà), lo ha abbandonato, e nei mondi (ancora) a matrice socialista il concetto di "stato sociale" equivale a quello di "povertà

Ma per favorire chi?
                     
(fine della II° parte)                                              Giuseppe Bellantonio

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